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Una nuova “società imprenditoriale” per uscire dalla crisi

Firenze – C’è stata una fase della società italiana nella quale alcune figure di imprenditori emersero come soggetti fondamentali per la crescita dell’economia e quindi in generale per la distribuzione del benessere a tutti i livelli. Erano gli anni 80 e 90, quando si affermarono in tutto l’Occidente le teorie liberiste in parallelo con la fine del grande conflitto ideologico del Novecento.

Al livello della comprensione diffusa e dell’immagine che dell’imprenditore  trasmettevano i media ci fu come una mini rivoluzione copernicana: la capacità di creare impresa, dunque idee, innovazione, lavoro entrò finalmente al centro dell’attenzione, diventava un modello da imitare, ai suoi migliori e più spregiudicati interpreti si apriva la strada della leadership politica.

Questa fase durò il tempo delle più o meno fortunate parabole dei “capitani coraggiosi” come la pubblicistica del tempo li chiamava, ma erano soprattutto finanzieri. Di fatto non ne nacque una cultura moderna dell’impresa, quella che si respira fin dalla scuola, quella che fa emergere e valorizza lo spirito di avventura che fa nascere l’idea imprenditoriale guidata dalla conoscenza delle tecniche e degli strumenti per realizzarla.

La crisi globale partita nel 2007 e in Italia ancora lontana dall’essere superata ha inferto un grave colpo all’economia italiana e alle sue imprese, innescando sfiducia, timore, ripiegamento. Così i giovani più preparati preferiscono andare all’estero in cerca di lavori qualificati, di opportunità laddove lo spirito imprenditoriale o semplicemente l’ambizione di avere un lavoro qualificato vengono incentivati e coltivati.

E’ chiaro a tutti che per uscire dalle secche della “stagnazione secolare” c’è sempre più bisogno di imprenditorialtà, ma non solo nel senso  del sostegno all’imprese che hanno resistito alla crisi e che hanno bisogno di incentivi fiscali e di commesse pubbliche. C’è l’assoluta necessità che la figura e l’immagine dell’imprenditore torni in primo piano, che sia al centro del dibattito pubblico e diventi sempre di più un’opzione per un giovane che vuole mettere alla prova le proprie idee.

Da questa riflessione è partita Confindustria che in occasione del Convegno Biennale 2016 del suo Centro Studi ha promosso una ricerca i cui risultati sono stati pubblicati nel volume “Gli Imprenditori”, curato da Luca Paolazzi, Mauro Sylos Labini e Fabrizio Traù (Marsilio Editori, aprile 2016). Alla ricerca, ampia e approfondita, hanno contribuito studiosi di tante discipline – economisti, giuristi, storici, psicologi, esperti di comunicazione, letterati – che sono stati chiamati a riflettere su quattro questioni, come spiegano i curatori nell’introduzione:   la “multidimensionalità” del concetto di imprenditore; le forme attraverso cui si manifesta l’imprenditorialità intesa come “diventare imprenditori”; il rapporto fra “gli imprenditori e le imprese da essi controllate”; gli strumenti attraverso cui si può immaginare di elevare strutturalmente “la capacità di fare impresa” all’interno della società.

Si scopre innanzitutto che “quello che conta è l’attenzione permanente (alertness) rivolta a cogliere le migliori opportunità per l’attività che si coordina, per costruire il futuro e non semplicemente per fare affari ‘al volo’”. Che “chiunque intraprenda un’attività aziendale dà prova di avere doti distintive rispetto agli altri soggetti della società” e che sa bene che la valutazione definitiva spetta al mercato “inesorabilmente”. Come altrettanto inesorabilmente essi “cambiano il proprio destino e quello di altri.

I dati statistici dicono che l’Italia si conferma una nazione di imprenditori più che la Francia e la Germania, ma che questa tendenza è in fase di riduzione. Un altro dato rilevante è la bassa sopravvivenza delle start-up dovuta alla crisi, ma anche alla sempre maggiore pressione concorrenziale dell’economia globalizzata. In definitiva, “fare l’imprenditore oggi è diventato più difficile”: “Questo da un lato avvalora la tesi della necessità della condivisione del rischio all’interno di una società che si fa essa stessa imprenditoriale e, dall’altro può rendere più complicata tale condivisione, nella misura in cui accresce la paura verso iniziative divenute, appunto, più impervie”.

Come rendere la società più imprenditoriale e propensa ad assumere rischi? Un’indagine a campione fa emergere intanto che in pochi conoscono la vera realtà dell’imprenditoria e dell’industria in Italia e il loro peso al livello internazionale per cui “una migliore comunicazione sarebbe sicuramente di aiuto”.

Sono quattro gli ambiti di intervento che i diversi autori del volume mettono a fuoco. In primo luogo l’istruzione e la formazione, cioè la scuola e l’università. C’è poi la questione dell’accesso alla finanza: la carenza di capitali costituisce uno dei freni principali all’attività imprenditoriale. “L’intervento pubblico può assicurare un contributo positivo fornendo quei servizi reali che aumentano sia consapevolezza sia competenze dei neo-imprenditori”. Infine:  “E’ importante conoscere e dove possibile stimolare l’offerta di imprenditorialità che può venire da quei gruppi della popolazione come donne e immigrati che finora hanno avuto una propensione più bassa all’avvio di nuove iniziative economiche”.

Ma anche agli imprenditori, vecchi e nuovi, viene chiesta una nuova responsabilizzazione, qual è quella di superare il loro protagonismo individuale, che è comunque alla base del successo dell’azienda, per indirizzarsi a una “dimensione collettiva”. Dovrebbero cioè pensarsi anche come fattori essenziali per la nascita di una nuova società imprenditoriale.

 

 

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