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VenerdìLibri/ Fino alla fine del mondo con Marco Quinti

Dalla Cambogia alla Tanzania, dai Social Forum agli ospedali di Emergency. Questa volta Marco Quinti, fotoreporter e giornalista fiorentino si è spinto fino “alla fine del mondo” a pochi chilometri dal circolo polare artico per realizzare “In Siberia. Un viaggio nella più grande riserva di gas naturale” un libro fotografico che documenta la realtà di Gazprom, il più grande giacimento di gas naturale nella Russia più estrema della penisola dello Yamal. Il committente di questo reportage è Toscana Energia, nella figura del suo presidente Lorenzo Becattini, “Sembra di entrare, vedendo l’immensa tundra ghiacciata in quel mondo che Varlam Salamov ha descritto mirabilmente nelle pagine de I racconti della Kolyma”.

L’obiettivo è documentare il trasporto del gas attraverso le tecnologie sempre più sofisticate che dalla Russia solcano l’Europa fino arrivare nelle nostre case. “ Poche cose – sottolinea Becattini – come il trasporto del gas naturale danno l’idea di ciò che sia in realtà una “rete” e di ciò che significhi in concreto la parola “globalizzazione”. Realizzato con il contributo di Eni, il libro che è stato presentato a Firenze in questi giorni, sarà distribuito nelle biblioteche toscane, ai dipendenti e ai soci di Toscana Energia.

La città di Novy Urengoy è stata fondata una trentina di anni fa per permettere lo sfruttamento del più grande giacimento di gas naturale, scoperto nel 1953 che per il 20% fornisce il mondo intero. Una temperatura che scende fino a – 40°, il ghiaccio che si scioglie solo a giungo per ritornare alla fine di settembre ne fanno un luogo inospitale dove i circa 200 mila abitanti sono tutti impegnati, a vari livelli, nella catena del gas. I campi di estrazione distano 300 chilometri dalla città e per raggiungerli vengono utilizzati dei camion speciali, dei Kamaz in grado di percorrere le strade ghiacciate. In genere i lavoratori vi rimangono per 3 o 5 anni, ma ci sono casi di coloro che hanno messo su famiglia e fatto crescere qui figli e nipoti, grazie ad alte remunerazioni. Non è stato facile per Marco Quinti, accompagnato dai servizi segreti, l’unico modo del resto per raggiungere questi luoghi blindatissimi, lavorare in queste condizioni climatiche particolari “Le mie due Nikon – spiega – erano costantemente coperte per evitare che si bloccassero, è stato scelto il mese di febbraio in quanto era possibile sfruttare periodi di luce più lunghi nell’arco della giornata”. Le immagini si susseguono come un grande racconto che mette a confronto il paesaggio naturale della tundra immerso nella neve e nel ghiaccio e i colori brillanti dei macchinari dei grandi impianti di estrazione. La moderna cittadina con i suoi palazzi, i monumenti e un insolito parco giochi scolpito nel ghiaccio dove i ragazzi giocano come in qualsiasi altra parte del mondo, le popolazioni nomadi dei Nenets, i nativi dello Yamal che vivono solo grazie alle renne da cui ricavano tutto ciò di cui necessitano, cibo e pelli. Ancora oggi come mille anni fa. “Poiché la fotografia è contingenza pura – come ci ricorda Roland Barthes – essa consegna immediatamente quei “particolari” che costituiscono precisamente il materiale del sapere etnologico”. E questo Marco Quinti, che sta già pensando al prossimo viaggio che lo porterà in Etiopia, lo sa bene.

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