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Vittoria Franco: verso un’etica della responsabilità

Firenze –  “Abbiamo deciso così e ce ne assumiamo la responsabilità”; “hanno scelto così e se ne assumeranno la responsabilità”. Nel linguaggio della politica la parola responsabilità è moneta corrente. Suona bene, sembra di lega buona. E’ come sinonimo di serietà e di onestà intellettuale. Eppure già nella distinzione dei pronomi personali, “noi” e “loro”, c’è una diversa accentuazione di significato. Nel primo caso, “noi”  siamo così sicuri di avere fatto la scelta giusta e così convinti della nostra dirittura morale, che siamo pronti a risponderne di fronte ai coloro che ne sono coinvolti, qualora (circostanza improbabile, intendiamoci) ci fossimo sbagliati. Nel secondo caso, “loro” hanno preso una strada sbagliata e dunque dovranno risponderne. A chi? Ma agli elettori, ai cittadini, e insomma saranno puniti in termini di perdita di fiducia.

Responsabilità esprime dunque aree concettuali e campi empirici di applicazione che sono fondamentali per l’affermazione e l’azione dell’individuo contemporaneo. Occorre esserne consapevoli e capire perché oggi essa è diventata “la categoria chiave sia delle teorie etiche moderne e contemporanee che della teoria politica, quella che accompagna, rendendoli comprensibili fino in fondo, il costituzionalismo e la costruzione delle istituzioni della democrazia”.

Ad acquisire questa consapevolezza ci aiuta un libro di Vittoria Franco, dal titolo appunto “Responsabilità – Figure e metamorfosi di un concetto”, edito da Donzelli.  Ricercatrice di Storia della Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Vittoria Franco è stata senatrice della Repubblica dal 2001 al 2013 e dunque ha avuto l’opportunità di verificare di persona, nella dialettica politico-istituzionale, il frutto dei suoi studi, che sono partiti dal saggio “Etiche possibili. Il paradosso della morale dopo la morte di Dio” (1996), prima tappa di un percorso verso la definizione di un’etica della responsabilità.

Nell’esempio di ordinario dibattito politico accennato sopra, si usano in modo strumentale le ambivalenze che si sono stratificate nella formazione del concetto, come ci spiega l’autrice, che “è intrinsecamente ambivalente e polivalente e la cui polisemia è andata accrescendosi via via che ha pervaso sfere e contesti diversi”.  Nella sfera giuridica, per esempio, essere responsabile significa essere soggetto a punizione. Nell’Ottocento era questo il punto di vista dei filosofi inglesi come John Stuart Mill,  al quale si opponevano i filosofi francesi che mettevano piuttosto in evidenza la libertà e la morale. Nella sfera politica quel concetto ha assunto significati sempre più complessi che andavano a toccare la libertà dell’individuo e la sua relazione con gli altri, significati che sono stati approfonditi e teorizzati  dai pensatori del postmoderno (da Bauman, a Ricoeur e Jonas).

Vittoria Franco si pone un obiettivo che definisce “tanto ambizioso quanto arduo da raggiungere”: costruire un’etica della responsabilità come “autodeterminazione responsabile, nella quale si tengano insieme e in equilibrio libertà e limite, autonomia e relazione”. Così, al termine della sua analisi storica, rigorosa ma orientata all’obiettivo, e dunque non solo chiusa nei limiti di un saggio di storia del pensiero, la studiosa giunge alla conclusione che bisogna distinguere fra l’autonomia della scelta individuale e quella del soggetto agente che è limitata dalle relazioni sociali. In altre parole il compito primario dell’individuo è quello di trovare l’equilibrio fra il libero potere di decisione che non fa riferimento ad alcuna regola né autorità superiore e il limite che viene dall’apertura verso l’altro. “L’assunzione di responsabilità – scrive – sorge dal riconoscimento della pluralità umana, di cui anche noi siamo parte”.

A questo punto la responsabilità diventa davvero un pilastro del bagaglio dell’uomo contemporaneo. Essa si delinea come responsabilità nel salvaguardare e sviluppare i diritti degli altri, ma anche come responsabilità nei confronti del futuro e della sopravvivenza del pianeta con quel nuovo imperativo categorico descritto da Hans Jonas: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”. Soprattutto pone un punto d’appoggio fermo per un uomo del terzo millennio, senza certezze e senza riferimenti universali, che si trova di fronte alle scelte drammatiche imposte dalle enormi potenzialità delle tecnologie.

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