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Vincenza Fanizza: una vita inventata ascoltando i “fanciullini”

Firenze – “La mia storia inventata” è un libro da leggere tutto d’un fiato, per poi lasciarlo a portata di mano e rileggerlo il giorno dopo. Riserva  scoperte e sorprendenti collegamenti. Forse è il libro più personale di Vincenza Fanizza. Il titolo ci mette in guardia dal definirlo autobiografico e ci ricorda subito che ogni storia narrata è una storia inventata. Tra le righe suggerisce che anche la vita spesso si inventa, magari attraverso scelte da compiere molto rapidamente, in rapporto alle occasioni che si offrono. Potremmo dire che è un catalogo numerato di occasioni e di scelte con una netta preferenza per gli inizi.

Per l’autrice l’imprintig è sicuramente quello del mare con i suoi colori e odori che non l’abbandonerà mai fino a farle scegliere, ormai adulta e fiorentina, una seconda  residenza sulla terra all’Isola d’Elba. Poi l’amore per lo studio che la fa arrivare, il primo giorno di scuola delle superiori , tanto in anticipo da trovare l’aula ancora vuota. Bambina, cerchi qualcuno in questa classe? E io, tutta seria: No, non cerco nessuno. Sono io che faccio il quarto ginnasio!!! La lettura libera, extrascolastica e perciò stesso felice e sovversiva, è subito  un amore ancora più grande riassunto nell’immagine iniziatica e serena  della madre, persa troppo presto, che legge con gli occhialini tondi. Inizio entusiasmante, la conquista di una lingua straniera ma non più estranea: ormai sognavo in francese. Poi le scelte: partire per la Francia e decidere di tornare, l’arrivo a Firenze, città fluviale, dalla marina città natale.

L’insegnamento e poi il giornalismo.  Un altro genere di inizi in primo piano sono le belle pagine dedicate alle nascite dei figli nuovi nuovi e pieni di mille misteriose possibilità e quelle dedicate ai figli degli altri, da mettere di nuovo al mondo offrendo bellezza e conoscenza come strumenti di libertà e felicità.

Conosco Vincenza Fanizza davvero da molto tempo, come  tutti quelli che a Firenze si occupano di cinema e di scuola. Vincenza possiede la dote, credo innata, di mettere in contatto le persone che dovrebbero incontrarsi e incoraggia tutte le possibilità di espressione creativa di chi condivide, per un po’, la sua strada. Scrive molto e parla sempre piano. Non l’ho mai sentita alzare la voce neanche nelle discussioni più animate. Nemmeno  per farsi ascoltare da una classe agitata di giovani maschi apparentemente incontrollabili. L’ho vista entrare in aula con il fascio dei giornali e dire pianissimo: “Avete venti minuti per scorrerli, scegliere un articolo e leggerlo bene. Poi ci si lavora insieme”. Miracolosamente, dalla confusione totale, dal rumore di voci, corpi in movimento e sedie spostate, si passava a un silenzio concentrato, rotto solo dallo sfogliare dei quotidiani, mentre le penne cominciavano a volare su quaderni e taccuini.

Ha sempre avuto a che fare con giovani e giornali, sin da quando, lettrice di italiano in Francia, per familiarizzare con la lingua i suoi allievi di liceo a Toulouse, inventa un giornalino, sin dal titolo, “Italianissimo”. Come insegnante nelle scuole superiori di Firenze ha partecipato da protagonista all’unica riforma della scuola che, sino ad ora, abbia dato frutti. Quella messa in atto dai docenti autonomamente o in gruppi, attraverso forme di sperimentazione efficienti e innovative ma mai abbastanza riconosciute e valorizzate. Ha praticato lo sconfinamento metodico dei programmi di Italiano e Storia nei linguaggi della comunicazione visiva, dell’arte, dell’incontro tra le culture. Naturalmente ha continuato a creare giornali scolastici sempre molto ben fatti e originali, regalando ai suoi studenti il piacere di  comunicare e condividere conoscenze ed emozioni. Dell’ unico  giornale scolastico fiorentino con magazine,  “L’officina delle nuvole”,  conservo ancora una copia particolarmente bella , stampata su carta celeste cielo.

Quando decide per il giornalismo come identità professionale non dimentica la scuola. Un po’ perché non gliela fanno dimenticare affidandole puntualmente le pagine scuola dei giornali. Un po’ perché alla scuola vuol bene. Non sentimentalmente, però. Ha imparato che dalla  qualità della  formazione che un paese offre se ne può valutare la democrazia e la cultura.

Vincenza Fanizza è autrice e persona assolutamente immune dal narcisismo, semmai caratterizzata da grande interesse per la realtà, specialmente nelle sue componenti sociali e artistiche. Dimostra  una capacità rara di osservare, ascoltare e restituire con precisione e rispetto, avvenimenti, situazioni. Soprattutto persone, con le loro idee, la loro visione delle cose, anche i loro non detti, per scelta o impossibilità di dire. Questo fa di lei la brava giornalista che conosciamo.

Quando si occupa di cinema, poi, è capace di scrivere con misura e completezza andando controcorrente in un panorama contemporaneo che oscilla, dalle valutazioni logorroiche e approssimative di molti blogger superegocentrici agli avari riassunti dei film in poche righe con attribuzione di genere e stelline di gradimento non motivate da parte di molta critica professionalmente accreditata. La sua è una presenza costante e rassicurante per gli organizzatori e gli spettatori della “50 giorni di cinema internazionale a Firenze” che sanno di poter contare su report competenti e accurati.

I suoi molti lettori, su carta e su web, sono certi di avere tutte le informazioni, le interviste necessarie per essere ben al corrente della vita dei festival,  segnalazioni attendibili e motivate delle opere più importanti o degli appuntamenti da non perdere. “La mia storia inventata” parla di tutto questo e di molto altro ancora. Inserisce  nei capitoli numerati e nelle “foto fatte di parole”. Il gioco funziona,  ma le  immagini create non sono statiche, si muovono e questo è proprio più del cinema che della fotografia. Ho sempre percepito il linguaggio della narrazione di Vincenza Fanizza come imparentato al cinema.  Non penso al cinema contemporaneo ma a quello degli inizi, con il bambino paffutello e nudo che corre ridendo per la stanza perché non si vuole vestire, la bambina che sale sull’albero a guardare il mare o che vede oggetti e animali nel profilo cangiante delle nuvole dal terrazzo alto della casa della nonna, vicino al campanile e ai nidi delle rondini.

Mi fa pensare anche al cinema libero e  anarchico di Jean Vigo, pieno di sogni ma sempre ancorato all’osservazione e allo spunto reale. Però, a differenza di quei film in bianco e nero, per Vincenza i colori sono importanti e hanno  proprio valenza pittorica, sono colori che dicono. Un colore definisce un mondo, un’atmosfera, racconta una trasformazione come gli occhi di Marco, prima verdi e placidi laghetti infantili, più tardi specchi agitati  dell’anima adulta in burrasca. Tra le spiagge del libro ce n’è una importante dove il bianco delle scogliere evoca una passione nascente giovane e acerba nella luce di un frammento poetico.

I flashback, appunto  non mancano, portatori di memoria marcatamente positiva e l’autrice ne è consapevole

Chissà perché, se mi rivedo bambina, mi rivedo sempre in estate. Non mi viene in mente il freddo, l’inverno, ma ricordo invece sempre mattine chiare piene di sole e il caldo sulla pelle. Dalla parte delle bambine? E, perché no? Dei bambini.  E se c’è nostalgia di manine paffutelle e buffi piedini, come scrive Vincenza, è  solo nostalgia dell’origine di una fiducia assoluta data e ricevuta. Una fiducia che ha permesso ai bambini di un tempo di compiere scelte, ad esempio professionali, legate ad una propria vocazione e non ai vecchi condizionamenti di genere così duri a morire.

Così “le fanciulle in fiore” sono diventate un ingegnere e un medico senza perdere un filo della loro fiera e schiva femminilità. Mentre sappiamo che il ragazzo alto e sportivo, che giocava a calcio e faceva tardi la sera, lavora ora nel sociale e nell’educazione dei giovani per cui è esempio di impegno civile determinato e forte e nonviolento. E poi se il buon Pascoli invitava ad ascoltare il Fanciullino che è in noi e non si vede con  gli occhi  (e, di certo, aveva ragione) Vincenza si permette di ascoltare dei “fanciullini” che vede benissimo, perché sono i reali e vivaci ultimi aggregati alla sua invidiabile tribù. Li ascolta con attenzione e li tratta da suoi pari quando, come Martina, le riferiscono le ultime notizie sulle amiche speciali che vivono nelle nuvole o come Tommaso affermano di conoscere, all’Isola d’Elba,  una favolosa spiaggia piena di pesci colorati, dove tutto si ottiene senza usare denaro. 

Maresa D’Arcangelo, ideatrice e direttrice, insieme a Paola Paoli, del Festival Internazionale di Cinema e Donne

 

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