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Curarsi a ritmo di tango

Ballare fa bene, e anche in tempi di crisi profonda, in cui la gente è costretta a rinunciare a molte cose, non solo superflue, le scuole di ballo registrano un’affluenza altissima di iscritti. Non parliamo poi del tango che sta rendendo questa nostra stravolta repubblica sempre più simile ad una succursale dell’Argentina.
Sarà perché, svolto a livello ricreativo, è uno sport economico, sarà perché “allieta” lo spirito, svaga e distrae, oppure, – e ci sembra la motivazione più probabile – perché  “fa bene”, stiamo diventando un popolo di ballerini che, superati vecchi schemi mentali e idee preconcette, “praticano” con convinzione.
Ballare rallenta l’invecchiamento del cervello perché lo esercita, grazie all’obbligatorio coordinamento nello spazio e nel tempo delle varie parti del corpo durante l’esecuzione di passi e figure: ricordare i passi da eseguire con il partner, lasciarsi cullare dal ritmo della musica, fare amicizia con altre coppie ballerine, sono operazioni che aiutano a trovare fiducia in se stessi, contrastare le patologie ossee, aumentare il senso dell’equilibrio e tenere in allenamento il cervello.
Tutte cose note, ma lasciate alla buona volontà dei singoli e ai suggerimenti dei medici un po’ più “all’avanguardia”. Fino ad oggi, perché al motto di “Il tango ti cura” il reparto di Riabilitazione specialistica dell'ospedale Fatebenefratelli San Giuseppe di Milano ha introdotto la Tangoterapia nei protocolli clinici per i percorsi di riabilitazione di alcune malattie tra cui il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, gli esiti di ictus, i disturbi dell'equilibrio neurogeni e le patologie croniche respiratorie.
Dopo una prima fase di sperimentazione condotta nel luglio dell’anno scorso – si legge in una nota del gruppo MultiMedica che gestisce l’Ospedale – è ora partito il progetto vero e proprio che prevede due sessioni settimanali di circa 45 minuti ciascuna, condotte dalla coordinatrice infermieristica della Riabilitazione specialistica neurologica e della Neurologia, nonché maestra di ballo professionista.
“Per come è strutturato, il tango argentino è adatto a tutti e va ad agire positivamente sulla sfera fisica, psicologica e relazionale. Per quanto riguarda l'aspetto fisico, – continua la nota – è indicato come riallenamento allo sforzo/riabilitazione in pazienti con patologie respiratore e cardiocircolatorie e per persone affette da problemi dell'equilibrio, del controllo della postura di origine ortopedica e di natura neurologica come sclerosi multipla e morbo di Parkinson.”
Il tango come “patrimonio della salute”, quindi, da quanto risulta dalle numerose ricerche che ne dimostrano le funzioni terapeutiche  e ne evidenziano la capacità di migliorare la qualità di vita delle persone.
Ma perché il tango e non il cha cha o il walzer? Perché, più di altri, è il ballo libero per eccellenza, privo di coreografie pre-definite: è soprattutto un linguaggio del corpo che lascia ai ballerini ampia possibilità di improvvisazione.
C’è chi lo ha definito “un’improvvisazione costante”, un ossimoro che ben spiega perché anche se ballassimo più volte sulla stessa musica con la stessa persona ogni tango sarebbe diverso dall’altro.
E poi, se utilizzato come terapia, il tango ci fa sentire meno malati, induce sensazioni di benessere, allegria e complicità con il partner. Sotto il profilo psicologico e relazionale è inoltre utile a tutti coloro che devono riappropriarsi delle proprie capacità e potenzialità o a chi ha difficoltà a rapportarsi con gli altri.
Il tango è l’ascolto del silenzio dell’altro: un silenzio denso di significati e di aspettative. “Nessuna danza popolare raggiunge lo stesso livello di comunicazione tra i corpi – ha detto il famoso tanguero Miguel Ángel Zotto – emozione, energia, respirazione, abbraccio, palpitazione. Un circolo virtuoso che consente poi l’improvvisazione”.

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