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Francesco Ventriglia: danza in crisi? Serve tanta voglia di fare

Crisi della danza. L’ultimo grido quello di Bolle che ha detto “da noi la danza è ridotta al lumicino e nei teatri è usata come tappabuchi nelle programmazioni”. Anche a causa di organici ridotti e ballerini precari con scarsa professionalità. E’ davvero così?
E’ un discorso complesso. Sono amico di Roberto e abbiamo discusso a lungo di tutto questo. A mio avviso, nonostante tutto, si può fare molto ed ho una visione assai pragmatica delle cose: la responsabilità di farle accadere è data a noi, agli uomini intendo. Dire che la danza sta morendo non serve a niente, bisogna darsi da fare. Io sono stato fortunato, mi sono trovato così giovane a dirigere una compagnia di ballo con un passato così glorioso e importante come quella fiorentina. La prima cosa che mi sono detto, visto che quando ballavo ho spesso contestato le scelte dei direttori, è che dovevo fare, anche rischiando e lanciando il cuore oltre l’ostacolo, purché le cose accadessero.

Quindi si può ancora fare qualcosa.
Sì, e il problema non sono mai gli artisti. Se “mangiano” sano stanno bene. I miei ballerini vivono cose belle ed importanti, fanno un lavoro estenuante ma entusiasmante e sono in buona salute: il loro corpo, il loro cuore e la loro mente si adeguano immediatamente ad un lavoro faticoso. Sono direttore di MaggioDanza da due anni, stiamo ampliando e rivitalizzando il repertorio, facciamo quarantanove spettacoli e tre nuove creazioni l’anno, andiamo in tournée, abbiamo una bella cooperazione con il teatro di Bologna: questa è la politica di direzione che sto attuando. Anche perché ho una soprintendente che ama la danza e non ha imposto tagli per risparmiare, come spesso avviene.

Incide anche la crisi economica generale del Paese?
Ovviamente la condizione economica non solo del teatro ma anche del Paese è pesante, ma si devono usare quelle poche risorse che ci sono accontentandosi. Io ho uno stipendio come direttore, per le mie creazioni non percepisco compensi extra e mi sembra giusto così. Forse una prospettiva meno “jackpot” anche per i direttori sarebbe opportuna, spalmando le risorse sul benessere della compagnia. Detesto chi si lamenta e basta, ci sono pochi soldi ma si possono creare dei circuiti di energia positiva, delle reti che ci aiutino a raggiungere gli obiettivi: se gli artisti si interfacciano tra loro con onestà poi si aiutano. Quando Angelin Preljocaj è arrivato da noi ha notato la potenza dell’arte e degli artisti che abbiamo, Susanne Linke quando ha visto la Pergola e i ballerini ci ha detto che pur con poche risorse economiche avrebbe lavorato con noi.

All’interno della crisi dei teatri c’è chi ne propone la privatizzazione. Cosa ne pensa.
E’ facile ammirare i modelli altrui. In America c’è il mecenate amante dell’arte che sovvenziona il teatro, ma anche perché c’è una visione diversa dell’artista a cui sono offerti dei “paracadute” che consentono loro riconversioni all’interno della società. Tutto questo in Italia non esiste. La carriera del ballerino si consuma velocemente, ma ciò che dà al suo Paese, pur in un tempo breve, è grande. In alcuni paesi lo si aiuta a reinventarsi, a riproporsi, anche tutelando e conservando tutto il suo bagaglio culturale ed esperienziale. Se vogliamo guardare a modelli di compagnie di danza che ci sono all’estero dobbiamo farlo in toto, non estraendone solamente le sponsorizzazioni dei privati.

Quindi in Italia la professionalità dei ballerini andrebbe maggiormente tutelata.
Certo, credo si debba affrontare il tema in modo serio, cercando anche di non costringere i nostri giovani ad andare a lavorare all’estero perché qui non ci sono le condizioni. In genere di danza in Italia ci se ne occupa poco e male, dovremmo partire dal far capire che è cultura e che genera indotti economici importanti. Per questo gli artisti che sono parte di questo indotto meriterebbero più rispetto e riconoscimento del loro valore.
  
Di fatto chi vuol formarsi come coreografo spesso deve lasciare l’Italia, anche se lei è una splendida eccezione. E’ davvero così necessario? Davvero l’Italia non ha alcuna capacità di formare e innovare?
Io sono un’eccezione a metà. Ho cominciato l’attività coreografica molto presto, parallelamente al ballo, grazie al fatto che studiavo alla Scala. Poi ho incontrato Ismael Ivo che mi ha voluto alla Biennale di Venezia e, successivamente, Svetlana Zakharova che è venuta alla Scala e mi ha visto mentre preparavo una mia creazione. Ha voluto che la portassi al Bolshoi. Quando sono tornato in Italia avevo la patente di coreografo! Ma in realtà lo ero già. Un evento molto importante nella mia carriera è stato l’incontro con Makhar Vaziev, che, appena arrivato a Milano come direttore corpo di ballo della Scala, ha voluto visionare tutti i miei lavori. Subito dopo mi ha lanciato una sfida consegnandomi il cd della Sinfonia n. 7 di Šostakovič e chiedendomi di proporgli un soggetto entro tre giorni. Cosa che ho fatto. In realtà quindi è stata la mia “casa” e un direttore arrivato da lontano, che ha rischiato facendomi fare delle cose, a farmi crescere.

Cosa ne pensa delle scuole di coreografia.
Posto che sia bene che ci siano, è pur vero che la coreografia consiste in una scrittura per la quale si è più o meno portati. Il coreografo deve possedere grandi paesaggi interiori, essere capace di ascoltare, osservare e studiare, trovando la capacità di produrre attraverso altri esseri umani quello che c’è nel suo cuore e nella sua mente. Il coreografo deve ascoltare tutto, dalla musica classica a quella pop o afro, frequentare i grandi teatri e le cantine in cui si tengono spettacoli sperimentali. E’ un lavoro di empatia molto complesso e non c’è una scuola che lo insegni, magari può servire come indirizzo per i giovani, per fornire i fondamenti della coreografia e far conoscere i grandi maestri e gli innovatori.

Con Shortime ha dato vita al primo contest per coreografi, un’opportunità per la danza ed anche, come lei stesso ha sottolineato, per il teatro. Soddisfatto del risultato? Sarà riproposto?
E’ stata una bella esperienza, e più che una scuola Shortime è uno spazio. Io do ai coreografi dieci minuti di tempo per la loro presentazione che in realtà è molto di più perché hanno a disposizione tutte le attrezzature e le figure professionali necessarie, la pubblicità, i critici. E’ uno spazio ormai stabile che riproporremo anche il prossimo anno in febbraio. Quest’anno c’è stata una puntata pilota, nel 2013, oltre ai critici di danza, speriamo di avere con noi anche gli operatori di settore, i direttori di festival, che potrebbero usare Shortime come una vetrina di acquisto inserendo alcuni giovani coreografi nelle loro programmazioni. Più che di una scuola credo che ci sia bisogno di dare spazi e fiducia, seguendo i giovani ed accompagnandoli nel loro percorso. Anche in Maggiodanza ci sono giovani che coreografano e io cerco di sostenerli e coinvolgerli nei programmi.

Visto l’enorme successo di Vasco Rossi alla Scala, lo avremo mai al Comunale di Firenze?
Non lui, ma c’è un progetto che prevede una presenza femminile. E’ presto per parlarne, ci stiamo lavorando.

Che ne pensa della polemica in corso sull’anoressia dei giovani ballerini.
Io e Maria Francesca Garritano siamo molto legati, è un’artista che stimo ed una persona molto diretta. Credo che la sua vicenda sia stata anche strumentalizzata da qualcuno. Lei ha denunciato qualcosa di vero, che esiste. I ballerini sono persone che si sacrificano moltissimo e dovrebbero avere dei punti di riferimento sia medici che psicologici. Ma tutto questo non può essere affidato ai singoli, ci devono essere interventi strutturati perché i problemi spesso sono complessi e devono essere sostenuti da figure professionali specifiche. Il problema dell’anoressia esiste nelle danza, come nella moda, c’è in tutti quei mestieri in cui è necessario usare il corpo e rientrare in certi canoni, anche estetici. 

Passando allo spettacolo appena dato alla Pergola. In una sola serata ha riunito Susanne Linke con “Notte trasfigurata” e Balanchine con “I quattro temperamenti” che lei ha interpretato come ballerino. Come è nata l’idea di questo dittico?
L’idea è nata dalle partiture musicali e dal focus sulla Mitteleuropa proposto quest’anno dal festival. Vorrei che la danza poggiasse sempre su importanti partiture d’orchestra e che i grandi direttori tornassero a dirigere per la danza. Perché forse anche questa loro assenza è stata la causa dello scollamento degli spettatori dal balletto. A Firenze c’è una grande cultura musicale e riportare la danza su partiture così importanti credo possa aver generato un interesse verso la danza intesa come veicolo di cultura. E poi volevo fare uno spettacolo che evidenziasse la versatilità della nostra compagnia che è capace di passare, in una sola serata, dal registro neoclassico al teatro danza con gli stessi artisti.

Da quanto vive a Firenze? Quali sensazioni le ha dato e come è stato accolto.
Vivo a Firenze da due anni, trascorsi molto velocemente, ed è una città bellissima. A dodici anni mi sono trasferito da Salerno a Milano che è stata a lungo la mia casa. Firenze è una città più ferma di Milano, che mi consente più riflessione, anche perché ti fagocita meno. Mi sono potuto permettere anche la bicicletta! Faccio belle passeggiate, certo è una città che non ti accoglie subito, le persone vogliono capire se possono fidarsi. Io comincio adesso a guadagnare la fiducia di qualche fiorentino, però sono stati tutti molto gentili e si sono fidati di me. Rispetto ai continui eventi di Milano, Firenze rappresenta un momento di maggior solitudine però in fondo questo non mi dispiace.

Come sceglie il suo corpo di ballo? Cosa la colpisce nei ballerini.
Vengo da una formazione classica per cui è necessario che i ballerini rispondano a certi criteri ma mi interessano molto sia la loro versatilità corporea che la loro mente e il loro cuore. Mi piace parlare con i danzatori, conoscerli ed occuparmi di loro. Li scelgo anche per empatia, perché amo avere danzatori che credono in quello che fanno, almeno quanto ci credo io, e che abbiano voglia di darsi, ma sono quasi tutti così.

Balla ancora?
Mi sono assunto delle responsabilità e le porto avanti. Un danzatore è, per sua natura, autoriflesso. Quando balli pensi a te, al tuo corpo, al tuo costume, un direttore al contrario deve pensare al gruppo. Credo sia molto difficile essere contemporaneamente un buon direttore ed insegnante ed un buon ballerino. O almeno io non possiedo il talento per fare tutte queste cose insieme. Ho ballato molto e con grandi personaggi, sono contento così.

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