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Il baile e la cultura flamenca

Anche per chi non ha mai assistito ad uno spettacolo dal vivo, le suggestioni emotive e culturali del flamenco possono essere facilmente percepibili. Basta ricordare Pedro Almodovar con lo splendido “Tutto su mia madre” e poi con “Volver”, in cui si ascolta la bella canzone omonima del 1934, testo di Alfredo Le Pera e musica di Carlos Gardel, interpretata da Estrella Morente, una delle più importanti cantanti contemporanee di flamenco.
Oppure pensare a Carlos Saura che nel 1995 in “Flamenco” ritrae una vecchia stazione ferroviaria sivigliana, vista come uno spazio che è contemporaneamente scuola, sala da ballo e luogo in cui dar voce ad alcuni dei tanti, se ne contano più di cinquanta, palos, gli stili del flamenco.
Ma il flamenco non è solo canto o ballo, è anche musica, o meglio, è la chitarra con cui si eseguono assoli (falsetas) o si accompagna il canto.
Famosi alcuni chitarristi, ma il più popolare è senz’altro Paco de Lucia,  combinazione di tradizione ed innovazione anche grazie alle collaborazioni con artisti come Carlos Santana, Al Di Meola, John McLaughlin e Chick Corea.
Affermatosi in Andalusia verso la fine del VXIII secolo come sintesi di forme musicali preesistenti, il flamenco viene portato alla ribalta intorno alla metà dell'Ottocento dal musicista gitano El Fillo che celebra le gesta dell'eroico torero Paquito.
Esportato poi in tutto il mondo, nell’immaginario collettivo oggi è rappresentato da Joaquín Cortés, che ne ha creato una versione ed uno stile proprio mixando i palos, usando gospel, jazz, musica araba e latina. E’ il cosiddetto “flamenco fusion”, qualificatosi al punto che gli esperti sostengono ci sia un prima ed un dopo Cortès il quale, nonostante fondi flamenco con jazz o salsa, esprime in maniera autentica la "pasion gitana".
Eppure, se nel flamenco i gitani raccontano la storia del loro popolo, non poca importanza hanno avuto i payos, i non gitani, come il cantaor italiano Silverio Franconetti (1839-1889), ritratto nel “Poema del Cante Jondo” da Federico Garcia Lorca
Il flamenco, riconosciuto patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco nel 2010, è quindi una vera e propria cultura e in quanto tale evolutasi in modo marcato nel tempo.
Nasce come canto solo, disperato e sofferto, da condividere con il proprio gruppo familiare, finché l’interesse dell’aristocrazia spagnola non ne fa uno spettacolo per le feste nobiliari e, più tardi, per i cafés cantantes. E’ in questo momento che il ballo prende il sopravvento, la musica si sviluppa, gli stili si moltiplicano.
Assistendo ad uno spettacolo ci sono comunque elementi che colpiscono immediatamente, a prescindere dallo stile: nell’uomo l’agilità dei piedi, nella donna i movimenti della gonna e delle braccia sottolineati dall’uso del ventaglio e delle nacchere, il battito delle mani che eseguito in modo diverso può dare un suono sordo o forte e scandisce tempo e controtempo.
Molte danze sono più belle del flamenco, così come tante interpretano musiche decisamente migliori: il suo valore consiste nell’essere un insieme, un modo di percepire l’esistenza o, come ha detto lo stesso Joaquín Cortés, addirittura una forma di vita.

Nella foto Joaquín Cortés, dal sito: http://www.galbeno.com/cortes-electrifying-show-sums-up-20-years-on-road/

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