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La danza? E’ una questione politica

Abbiamo intervistato Luca Scarlini pochi giorni dopo la conferenza Il pensiero che danza: il corpo come meccanismo di pensiero da lui tenuta a Sarzana nell’ambito del “Festival della mente”.

I suoi campi di indagine e di attività sono molti. Come e quando è nato il suo interesse per la danza?
Da sempre, perché la danza è per me una frequentazione molto antica. Come spettatore, sono stato colpito da bambino da Nureyev che ballava Petruška. Me lo ricordo come se fosse ora. Per me è stato una rivelazione e mi ha fatto capire che un sistema espressivo può avere una potenza enorme, anche se la danza mi interessa più in altre direzioni che non in quella del balletto classico. Avendo tenuto dei corsi di storia dello spettacolo su altri argomenti, mi è sembrato giusto approfondire dei territori che stavano nel corpo che parla e che si mette in gioco, in discussione.

Quindi un’antica passione che poi si è trasformata in motivo di studio e di lavoro?
Senz’altro di studio ma soprattutto di lavoro. Sono un 'dramaturg', figura poco nota in Italia ma che all’estero è consuetudine per tutti quei balletti che vengono realizzati da adattamenti di opere letterarie o da suggestioni da opere d’arte. In Belgio, per esempio, è una presenza stabile.

Ballo o danza? Attribuisce una differenza di significato ai due termini?
Parlerei di balletto o danza. Il primo è una forma codificata facilmente identificabile, nel suo percorso storico, dal Re Sole a Petipa a Čajkovskij. La danza, invece, può essere fatta da chiunque, anche senza una preparazione specifica, ed è qualcosa che appartiene a tutti i popoli. E’ una delle poche espressioni che si ritrova sempre e ovunque.

Lei attribuisce una valenza politica alla danza, sottolineando però la differenza tra la danza classica/balletto, che è una forma artificiosa di arte spesso usata come strumento di potere anche personale, per esempio dal Re Sole, e la danza espressione spontanea ed originale di una nazione o di un popolo. Ci può sintetizzare il suo punto di vista?
Il balletto è una forma di intrattenimento per i ricchi, anche oggi andare alla Scala costa. Ma la differenza è soprattutto storica. Il balletto racconta favole, più o meno forti e coinvolgenti, ma un po’ fuori dalla storia. Nel meccanismo della danza c’è invece la capacità di intervenire sui problemi e, anche politicamente, su certi temi. Negli anni ’50 Katherine Dunham, antropologa, ballerina e coreografa afroamericana, suscitò discussioni che di norma emergono ad opera di qualche politico o intellettuale. Con Southland, opera in cui affrontava il tema scottante del linciaggio dei neri in un paese del sud degli Stati Uniti, fece scandalo e mise quasi a repentaglio la sua carriera.

Un tema allora di grande impatto
Infatti. Il suo lavoro scatenò davvero grosse reazioni perché aveva colto un problema vero: di recente ho letto che l’ultimo linciaggio dei neri in America si è verificato nel 1982. Per rimanere più vicini a noi, e spiegare come spesso una danza abbia preso una significazione politica e identitaria assoluta, in Catalogna la Sardana fu scelta come simbolo dalla Renaixença, il movimento culturale che rivendicava l’indipendenza politica e culturale del paese. E’ il simbolo più perfetto del mondo catalano insieme alla lingua, tanto è vero che durante il franchismo furono proibite entrambe.

Certo, perché la danza è spesso l’emblema di un popolo e ne racchiude le tradizioni.
Sicuramente, ma il caso della Sardana è l’esempio di qualche cosa di più. Si tratta di una danza recente, diffusa in altri paesi del Mediterraneo, e “adottata” dai catalani nel 1890, ma per loro potentissima e simbolo di coesione e di identità nazionale. Quindi è una tradizione non antica ma che in poco più di un secolo è divenuta il loro simbolo. E’ interessante vedere come, adattandosi alle istanze di un popolo, una danza possa far scattare qualcosa di molto forte.

Com’è avvenuto per altre danze, anche se native, per esempio al Flamenco o al Tango argentino?
Sono danze che costituiscono momenti di identità, anche per i migranti. Se mettiamo insieme di fronte ad un Tango Porteño alcuni argentini che vivono in diverse nazioni d’Europa, avranno esattamente le stesse reazioni perché scatta una serie di riferimenti puntuali.

Oltre alle due forme di danza di cui abbiamo parlato c’è la danza sportiva, quella che ha normato a fini agonistici le regole di alcuni balli. Cosa ne pensa?
Tutto questo mondo, così come quello della ginnastica artistica, rientra sempre in quello della decorazione coreografica in cui quello che più conta è il virtuosismo. C’è sempre una gara per stabilire chi è più bravo nel fare un passo o una figura. Nella danza invece non tutto deve essere bello o piacevole per chi lo guarda. Anche la danza sportiva a mio avviso rientra nel mondo del balletto, è una sua dinamizzazione più moderna.

Insomma la regolamentazione di un ballo, anche come la Rumba che nasce in Africa come danza guerriera e della fertilità, lo rende comunque “balletto”?
Sì, perché queste danze perdono la loro istanza originale e alla fine diventano anche esse artificiose come il balletto. Posso citare un film che riassume il problema, Non tradirmi con me, l’ultimo interpretato da Greta Garbo. Nella scena finale la rumba e il mambo diventano la "chica chioca", un ballo inventato, da copione, lì per lì quando un tacco si impiglia nel vestito dell’attrice. Questo dimostra come una tradizione seria e importante possa diventare tutt’altro e oggetto di divertimento.

Da più parti si dichiara la crisi della danza, specie in Italia. Forse perché il balletto è anacronistico e quindi poco sentito soprattutto dai giovani?
Credo che la crisi del balletto in Italia derivi anche dal confronto con i grandi coreografi che nel mondo hanno riscritto la tradizione già da venti o trent’anni. Perché anche il balletto classico può essere riletto con energia nuova e la drammaturgia trovare uno sbocco verso il presente. Shakespeare si rappresenta in molti modi. In Italia è stato fatto molto poco e i coreografi se ne devono assumere la responsabilità. E così il pubblico giovane non va a vedere cose che ritiene vecchie e corre a vedere il balletto di Vasco Rossi, per me mediocre. Ora avremo anche quello di Ligabue, perché in Italia l’imitazione è la materia che si vende di più.

Lei balla?
Sì, ossessivamente e molto male. Non ho mai studiato e pratico il ballo da discoteca. Credo che ballare sia molto difficile ed ho molto rispetto per chi pratica una disciplina in modo serio. Mi piace la danza perché non ha particolari eufemismi o decorazioni, è un’espressione molto diretta.

Ossessivamente?
Finché non cado.

Foto dal sito : http://www.lucascarlini.it/foto.html

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