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Mr.Gaga: l’arte sopraffina di danzare la vita

Firenze – Un documentario sulla danza può farti capire ciò che essa offre generosamente a chi la pratica, anche senza mostrarti solo coreografie e grandi ballerini. E’ per questo che Mr.Gaga, il docu-film di Tomer Heyman, che ha aperto a Firenze la 56° edizione del Festival dei Popoli, è uno dei più straordinari manifesti che si possano inventare per attrarre le persone all’arte di Tersicore.

Heyman, che ha anche prodotto il film insieme al fratello, racconta la storia di Ohad Naharin, israeliano nato in un kibbutz, considerato come uno dei più importanti coreografi attualmente in attività, erede dei maestri che hanno fatto grande la danza moderna.

Il titolo del film è “Mr. Gaga”, perché Naharin ha creato il linguaggio di movimento “Gaga”, ma ancora si sbaglierebbe a pensare che la sua è solo una storia di produzioni artistiche e invenzioni tecniche. Del resto, lui stesso ripete che la danza è un’arte effimera che svanisce con l’ultimo gesto e che in qualche modo si snatura a fissarla nell’immagine registrata. Per anni ha resistito all’idea che qualcuno volesse raccontare di lui con una videocamera.

La danza di Ohad, infatti, è la danza della vita: l’arte del gesto e del movimento coincide con quella di inventarsi giorno per giorno la vita, rispondendo ai colpi di sventura, ai dolori e ai fallimenti, con la stessa creatività con la quale disegna una coreografia o riesce a parlare al profondo dei suoi ballerini. Il Gaga è stata la sua risposta al problema fisico che lo colpì quando era nel pieno dell’efficienza fisica: di fronte ad alcune limitazioni che il corpo aveva subito, Naharin studiò nomi di figure che prevedevano movimenti che fossero compatibili con la nuova situazione. La tecnica poi è diventata uno strumento di socializzazione per tanti appassionati.

Heyman riesce a offrire allo spettatore questo percorso intrecciato fra danza e vita, nel quale spesso si perde ogni punto di riferimento. Perché ha scelto di dedicarsi alla danza? Perché aveva un fratello autistico con cui la nonna comunicava danzando. Quando questa morì, fu lui a prenderne il posto ballando con il fratellino. Verso la fine del film, Ohad dice che è tutta una storia inventata, un modo per accontentare coloro che continuano a domandargli  “perché hai cominciato a ballare?”.  “We must lie”, si deve sapere mentire, dice sornione, è un altro aspetto della stessa arte del movimento, dell’effimero. Ma sarà poi vera anche questa ritrattazione?

Non ha alcuna importanza scoprirlo. Allo spettatore interessa osservare quanto delle sue vicende esistenziali e delle sue esperienze più o meno belle, più o meno amare, si trasformano in grande danza. Quanto dell’arte dei suoi maestri lo ha aiutato a esprimere la sua creatività.

Martha Graham si innamorò di lui e del suo modo di danzare e se lo portò a New York, alla Juilliard School, ma lo licenziò dopo pochi mesi. Conobbe Rudolf Nureyev, ma l’anno che lo ha visto nella compagnia di Maurice Bejart è stato “uno dei peggiori della sua vita”. Due esperienze che avrebbero messo in crisi l’autostima di chiunque, ma non quella di Ohad che era perfettamente consapevole che per lui, per le cose che voleva esprimere, quelle figure potenti e carismatiche diventavano un ostacolo. Mise insieme una sua compagnia a New York, tipo session – group, fino a quando nel 1990 gli fu proposto di dirigere il Batsheva Dance Group, compagnia israeliana di fama mondiale.

E’ da lì che comincia il percorso che lo porta ai vertici della coreografia mondiale. Alcune delle sequenze più interessanti riguardano il rapporto con i ballerini. Non ci sono specchi nelle sale di prova, c’è lui che rappresenta uno specchio particolare quello che alla fine deve riflettere il frutto di un lavoro che parte dal di dentro dell’artista e che lo fa essere il miglior interprete possibile di quanto il suo coreografo vuole dire agli spettatori.

Foto: Mr-Gaga by-Heymann-Brothers-Films

 

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