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Rudolf Nureyev vent’anni dopo

Il 6 gennaio del 1993 Rudolf Nureyev, il grande rivoluzionario della danza e della coreografia, si spengeva a Parigi dopo una malattia durata oltre vent’anni: l’Aids che aveva nascosto a tutti, anche agli amici e alle persone più vicine.
Nato nel 1938 in un vagone della Transiberiana, mentre la madre si recava dal marito ufficiale sovietico di stanza a Vladivostock, da una famiglia di origine tartara musulmana, solo a diciassette anni entrò nella scuola di ballo del Kirov di Leningrado, dopo aver studiato prima a Ufa con Anna Udeltsova e poi a Leningrado all’Accademia Vaganova. Divenuto protagonista insieme ad alcune famose partner del repertorio del Kirov, nel 1961 giunse a Parigi per una casualità che cambiò radicalmente la sua vita: il primo ballerino del Balletto del Kirov si era infortunato e Nureyev fu chiamato a sostituirlo in una tournée in Europa. Le sue esibizioni ebbero il primo enorme successo. Tuttavia le frequentazioni di quel periodo parigino furono ritenute sospette dalla sua accademia e gli fu ordinato di rimpatriare. Nureyev, da ribelle e anticonformista qual era, decise di non tornare, divenendo un esule: nel 1982 ottenne la cittadinanza austriaca e qualche anno dopo, grazie all’aiuto della grande ballerina Margot Fonteyn con cui interpretò opere come il Lago dei cigni e Giselle, venne introdotto al Royal Ballet di Londra.

Furono anni di follie di ogni genere: spese pazzesche, insulti e sputi ai fotografi, calci alle auto della polizia. Ninette de Valois, coreografa del Balletto di Covent Garden di Londra definì questa fase “l’effetto isterico della libertà”.  Seguì l'esilio dorato a New York, protetto dal clan dei Kennedy e da uno stretto rapporto con la first lady americana Jackeline e con sua sorella, la principessa Lee Radzwell con cui si dice abbia avuto un flirt. La fuga dalla Russia, solitamente attribuita alla sua omosessualità e al rigido conservatorismo dei teatri russi, assume oggi sfumature diverse. Luigi Pignotti, il manager e assistente per oltre venti anni che lo ha seguito fino alla fine, proprio in questi giorni ha detto: "Nureyev non è fuggito a causa  della sua omosessualità, ma per esprimersi in maniera diversa. Voleva conoscere danzatori, maestri e nuovi coreografi, ma soprattutto lavorare con un mostro sacro, Balanchine. Se rimango in Russia, mi confessò un giorno, farò la fine di Maja Plissetskaja, una grande danzatrice, sempre in scena con il Lago dei Cigni. Io sarei stato costretto a danzare, invece, sempre nel Corsaro. In Russia non ci sarebbe stata la possibilità di diversificare il tuo repertorio. Ti dicono quello che devi fare. Bisogna solo ubbidire'". rudolf_nureyev.jpg
Il desiderio di conoscere e di sperimentare lo ha accompagnato durante la sua lunga e splendida carriera. Nureyev continuò a ballare anche dopo aver compiuto quarant’anni, attribuendo per primo una grande importanza al ruolo maschile nel balletto, fino ad allora considerato un semplice accompagnamento  a quello femminile, e fu anche un antesignano nell’infrangere la netta distinzione tra balletto classico e danza moderna.

Da tempo ci si chiede chi sia il suo erede, con previsioni non sempre azzeccate. Oggi, secondo gli esperti, la sua grandezza potrebbe rinascere con Sergej Polunin, un ballerino ucraino di venti anni che sembra abbia la perfezione e l’eleganza tecnica di Baryšnikov e la presenza scenica di Nureyev. Certo, almeno nel carattere e nelle stravaganze a Rudy somiglia: a diciannove anni è diventato il più giovane ballerino del Royal Ballet che ha lasciato all’improvviso. Ama essere paragonato a James Dean ed è socio di un negozio di tatuaggi a Londra, e nel frattempo è riapparso, splendido e bravissimo, al balletto Stanislavskij di Mosca e ha sfilato anche come modello per Dior a New York.

I grandi teatri d’opera nel corso 2013 ricordano Rudolf Nureyev nel ventennale della scomparsa con mostre, spettacoli e incontri. In Francia l’Opéra di Parigi ha in programma una Soiree d’hommage a Rudolf Nureyev (6 marzo 2013), l’Opéra di Bordeaux la creazione originale Quatres tendences a lui dedicata (16-25 marzo) e in autunno a Parigi verrà inaugurato lo spazio “Lieu de Memoire”.
In Inghilterra l’English National ballet celebrerà il “tartaro volante” con tre balletti. Petruška di Fokine, Chant du compagnon errant di Maurice Bèjart, e il terzo atto da Raymonda, rimontato dallo stesso Nureyev dall’originale di Petipa (Coliseum di Londra, dal 25 al 27 luglio). La compagnia del Royal Ballet di Londra metterà in scena Raymonda (fino all’11 gennaio) e Marguerite et Armand (dal 12 febbraio), mentre negli spazi della Royal Opera House verrà allestita una mostra a lui dedicata. 
In Russia il Balletto del Teatro del Cremlino di Mosca lo ricorderà a settembre con Cenerentola. A Vienna sarà la volta del Gran gala Nureyev con il Balletto del Teatro dell’Opera di Vienna (29 giugno), mentre la città di San Francisco organizzerà la mostra di abiti e costumi di scena “A life in dance” (fino al 17 febbraio). Il San Francisco Ballet sarà in scena con il III atto da Raymonda (dal 9 aprile).

In Italia, nella sede della Fondazione Luciana Matalon di Milano, una mostra presenterà fotografie, filmati, costumi e memorabilia per raccontare il volto più privato del ballerino russo. Sempre a Milano, la Scala metterà in scena a luglio (17-24) e ottobre (14 -18) Il lago dei cigni, coreografia e regia di Rudolf Nureyev da Marius Petipa e Lev Ivanov, a ricordare la lunga collaborazione tra il ballerino e il teatro meneghino: dal 1965 quando il pubblico milanese poté finalmente vedere dal vivo (insieme alla grande Margot Fonteyn) quel personaggio di cui tanto si parlava, fino al 1989 quando, per la prima rappresentazione di The Lesson di Flemming Flindt, il sipario si aprì su una platea semivuota. Nureyev aveva cinquantuno anni e i dubbi sulla sua forma fisica erano molti: ma ancora una volta riuscì invece a regalare un’esibizione perfetta e una grande emozione.

L’ossessione di danzare non lo ha mai abbandonato. “La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. – ha detto – Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei quando finirò di vivere”. E così è stato, anche quando ballare non era più possibile per l’età e la malattia che lo distruggeva progressivamente, ma poteva guidare altri nel farlo.
Alla fine del 1990 cominciò a studiare come direttore d’orchestra, per poi debuttare a Vienna, Ravello, Atene e Budapest. Nel 1992 diresse Romeo e Giulietta al Metropolitan di New York e a San Francisco.
E poi, l'ultima apparizione pubblica, trasportato su una poltrona all'Opéra di Parigi per la quale aveva creato una versione finale dell'intero balletto La Bayadère. L’ultimo saluto al pubblico, sorretto dai suoi ballerini, prima della fine.

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