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Tenendo il tempo il cervello si modifica in meglio

Da tempo sappiamo che ballare può rallentare l’invecchiamento del cervello esercitandolo, come fa ogni danzatore che coordina nello spazio e nel tempo le varie parti del corpo durante l’esecuzione di passi e figure.
Eppure, benché il ballo nelle sue tante manifestazioni sia una forma importante di espressione dell’uomo, la neuroscienza lo ha a lungo trascurato.
I due studiosi americani Steven Brown e Lawrence M. Parsons nel loro Music and language side by side in the brain del 2006 avevano comunque spiegato che per ballare non è sufficiente usare i muscoli e memorizzare i passi, perché anche il cervello deve eseguire complesse coreografie neuronali. I loro risultati, così come quelli di altre ricerche, hanno offerto una visione interessante del complicato coordinamento mentale necessario per eseguire anche i passi di danza più elementari.
Ma le domande rimaste in sospeso fino ad oggi erano comunque molte perché imparare a tenere il ritmo, come avviene imparando i passi di un ballo oppure di un brano musicale, richiede la capacità di calcolare correttamente la durata dei suoni e quella dei movimenti a loro associati.
Cosa succede nel cervello quando si impara a tenere il tempo? E come fa questo a collegare il ritmo “catturato” attraverso la vista e l'udito, in modo tale da poter stabilire una perfetta armonia fra movimenti e musica durante un ballo?
Finalmente abbiamo alcune risposte, grazie ad uno studio realizzato dalla Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma. Pubblicato ieri sulla rivista specialistica “Neuron”, il lavoro di Domenica Bueti e dei colleghi del Laboratorio di Neuroimmagini dell'istituto individua e spiega i cambiamenti funzionali e strutturali che si verificano nel cervello in seguito all'apprendimento degli intervalli temporali. Il cervello adulto è in grado di modificare alcune caratteristiche funzionali e strutturali, di acquisire ed evolvere, e oggi, come evidenziato dalla ricerca della Fondazione Santa Lucia, è possibile testare in laboratorio questi cambiamenti studiandone i meccanismi. Aspetto fondamentale, perché queste modificazioni, osservabili e documentabili nel corso di un ballo o durante l’esecuzione di un brano musicale, possono essere trasferite nel campo complesso ed ampio della neuroriabilitazione.
Durante la ricerca un gruppo di volontari sani è stato addestrato ad apprendere, per quattro giorni consecutivi, in modo corretto la durata di un breve flash luminoso. Al termine della prova nei volontari sono stati monitorati, tramite risonanza magnetica, i cambiamenti dei circuiti cerebrali e si è riscontrato un miglioramento della loro capacità di stimare la durata degli stimoli visivi ed uditivi.
I dati hanno evidenziato variazioni delle risposte funzionali in specifiche aree sensoriali e motorie e cambiamenti morfologici nel cervelletto, diversi però in relazione alla capacità di apprendimento nei singoli individui.
Uno studio importante, insomma, che per la prima volta documenta come cambia il cervello durante l'apprendimento di intervalli temporali, e che – come sottolineano gli autori – colma una lacuna importante nell’ambito delle conoscenze scientifiche sui meccanismi neurali che sottendono la nostra percezione soggettiva del trascorrere del tempo.
Da un punto di vista pratico, rende possibile nuove applicazioni neuroriabilitative come la riabilitazione dell'ictus e delle malattie neurodegenerative.

Anna Letizia Marchitelli
Crediti Fotografi: brainpickings.org

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