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Atlantis, Donovan (1968)

Sono tornati i menestrelli, annunciano i giornali. I trovatori, i cantanti con la chitarra acustica e una voce dolce e sognante. Nei giorni scorsi l’alfiere del  romanticismo canoro è stato da noi Ed Sheeran, che ha partecipato a X Factor (i reality contribuiscono al rilancio del genere) e un concerto a Milano. Sheeran suona da solo, senza accompagnamenti, con gli effetti ottenuti grazie alla pedaliera elettronica. Anche un suo grande predecessore Philip Donovan Leich, in arte solo Donovan, scozzese di Glasgow, nel suo periodo musicalmente più fecondo faceva lo stesso. Siamo a metà degli anni 60, e Donovan entrò nel grande mercato discografico come “la risposta europea a Bob Dylan”.

In effetti, mantenne le promesse, perché dalle sue canzoni, così come dal suo personaggio, emanava un che di sincero e onesto, anche quando per un certo periodo si lasciò influenzare dalla droga e dalla psichedelia per poi pentirsene e tornare a lanciare messaggi di positiva ricerca del valore dell’esistenza.  “Un cantautore squisito nel dosare gli ingredienti, dalla musica popolare allo stile sognante e pacifista, fino agli spifferi psichedelici”, sentenzia Il Dizionario del Pop Rock.

Donovan è un esponente del movimento che si incrocia continuamente con il rock, ma che continua a parlare di amore e poesia che afferra la musica con lirismo e spiritualità: “Sono i folkmen inglesi che nello spazio breve di una voce e di una chitarra cercano di ritessere con fantasia le trame eterne dell’uomo e della sua vita” (Bertoncelli, 1974). Una musica dolce e colorata che trasforma la realtà in visione con una voce che non aggredisce, ma che incanta.

Prendiamo, per esempio, Atlantis, canzone prima lanciata come singolo e poi inserita nel suo settimo album Barabajagal (1968). Donovan racconta la storia di Atlantide, l’isola dell’oceano atlantico antidiluviana, sommersa dalle acque che riuscì a salvare i protagonisti della sua grande civiltà “the poet, the physician, the farmer, the scientist, the magician and the other so-called Gods of our legends”, il poeta, il medico, l’agricoltore, lo scienziato, il mago e gli altro cosiddetti dei delle nostre leggende, inviandoli su una nave ai popoli primitivi che grazie a loro divennero colti e civili. Il mondo oggi però è diventato cieco e dunque torniamo ad Atlantide, dove, ne siamo sicuri, abita il vero amore.

Non bisogna mai smettere di coltivare la propria pianta dell’utopia, raccomanda il menestrello. Certo bisogna lottare, protestare, cercare di dare un seppure piccolo contributo per cambiare le crudeltà e le cecità del mondo. Ma senza dimenticare che in qualche posto, per esempio nella leggendaria isola di Atlantide, esiste davvero ciò che cerchi: la purezza e la felicità dell’amore.

 

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