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Auschwitz, Equipe 84 (1966)

E’ uno dei punti più alti dell’incontro fra il pop/rock e l’impegno etico e civile della generazione che poi darà vita al movimento del 1968

E non è un  caso che l’autore sia ancora il cantautore poeta etico Francesco Guccini. Beh, ci voleva un certo coraggio per cantare l’olocausto visto con gli occhi di un bambino che viene soppresso “con altri cento” in una camera a gas del campo di annientamento nazista in Polonia. Questo bambino “nel vento” è la voce di chi grida tutto il suo orrore contro la guerra e il tributo di sangue, di dolore e di distruzione che porta con sé. Pensiamo a cosa stava accadendo in quella metà degli anni 60, in piena guerra fredda fra Est e Ovest. La speranza in un cambiamento dei rapporti di costante tensione e addirittura di conflitto aperto in diverse aree del mondo, prima fra tutte in Vietnam era stata spazzata via con l’assassinio di Kennedy che, nella crisi dei missili sovietici a Cuba, era riuscito a salvaguardare la sicurezza degli Usa senza che si giungesse a un conflitto aperto. La minaccia nucleare restava dunque permanente, mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza dell’umanità. Stava cominciando a formarsi anche nel mondo occidentale una sensibilità pacifista che arriverà al culmine alla fine degli anni 70 quando ci fu la seconda crisi dei missili sovietici, i cosiddetti euromissili che stavolta vedevano l’Europa come possibile teatro di guerra fra le due superpotenze. Di questo parla la canzone di Guccini: “Ancora tuona il cannone, ancora non è contento, di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà”.

Autore delle parole e della musica, Guccini non comparve come autore del brano perché non era iscritto alla Siae. I primi a interpretare la canzone furono i quattro dell’Equipe 84, che avevano già utilizzato alcune composizioni dell’ amico modenese. Successivamente entrò anche nel repertorio del gruppo gucciniano per eccellenza, i Nomadi. Alla prima esecuzione Rai, Maurizio Vandelli, leader della band, spiegò le difficoltà che Auschwitz, che portava come sottotitolo “la canzone del bambino nel vento” aveva avuto per il suo forte carattere etico e pacifista: la rete nazionale non le aveva dato quella diffusione che la qualità sia della musica che del testo meritava. Una strada più facile e tranquilla aveva invece avuto il lato A del 45 giri di cui era il lato B: Bang Bang, la versione italiana di un successo americano di Sonny e Cher.

 

 

Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lentoSon morto con altri cento, son morto ch’ ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà

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