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Bartali, Paolo Conte (1979)

Le imprese di Vincenzo Nibali hanno di colpo riportato l’attenzione sul Tour de France con i suoi eroi, fortunati o sfortunati, e quell’aria di sofferenza operaia che accompagna il più classico degli eventi sportivi delle due ruote. Già, un italiano di nuovo in maglia gialla che lascia lontani e attoniti i suoi avversari. E i francesi? Ovviamente “s’incàzzano”. E i giornali? Ovviamente “svolazzano”.

E’ Gino Bartali il campione operaio per eccellenza in opposizione al più aristocratico Coppi ed è a lui che Paolo Conte dedicò nel 1979 una canzone contenuta nell’album “Un gelato al limon”. Un Conte – classic, dunque, un pezzo che,  per l’argomento e per il ritmo, è rimasto nel cuore di una generazione. “Paolo Conte – ha scritto Gianni Borgna nella sua Storia della Canzone italiana – riesce a fondere figure e situazioni con il loro autentico suono; a far scaturire dal suono, dalla sua memoria, le figure, i volti, il colore di un’epoca”. In questo caso quella della bicicletta, degli stradoni e dei paracarri: “Un impasto perfetto tra parole e musica”.

Così, ecco “zazzarazaz, zazzarazaz”, il ritmo della pedalata potente del campione fiorentino che torna così bene con lo stile compositivo jazz-jive del cantautore di Asti. E le parole sono un capolavoro nel capolavoro, percorse da un’ironia terragna fatta di conflitto di genere e di sogni di gloria: no cara, passa Bartali e se vuoi andare al cinema ci vai da sola. Meglio subito.  Lui è seduto su un paracarro e aspetta il passaggio della corsa e non vuole sapere altro. Con questo caldo è meglio una birra che un mazzo di fiori. Nulla di personale, cara: “è un complesso di cose che fa si che io mi fermi qui; le donne a volte si sono scontrose o forse han voglia di far la pipì”. Sembra il massimo dello squallore quotidiano e invece è intensamente poetico, grazie a lui, a Gino: “io sto qui e aspetto Bartali – scalpitando sui miei sandali – da quella curva spunterà -quel naso triste da italiano allegro – tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano”.

Pur essendo uno dei rarissimi fortunati ai quali è stata dedicata una canzone di successo (di altri mi viene in mente solo Evita Peròn e Marylin Monroe, ma erano riconoscimenti postumi), il campione all’inizio non amò quel testo che considerava un po’ spinto per alcune parole che allora non erano ammesse nella comunicazione mediatica, parole che aveva definito “malandrine”. Poi però anche il buon Gino, di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita, riconobbe le licenze poetiche e mostrò la sua gratitudine recandosi a un concerto di Conte.

 

 

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