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Carlo Martello Ritorna Dalla Battaglia Di Poitiers, Fabrizio De André (1963)

Una canzone minore nel repertorio del cantante-poeta genovese, eppure così ricca di spunti e così significativa per capire  come stava cambiando la società italiana negli anni 60.

Intanto essa è il frutto della collaborazione, tutt’altro che frequente, di due giovani che sarebbero  diventati, in campi diversi,  grandi artisti: autore di un testo così geniale è  Paolo Villaggio che ne ha raccontato la genesi. De André aveva composto un pezzo musicale tutto giocato sull’imitazione dello stile, l’andamento cantabile, la solennità, dei trovatori medioevali.  Faber, come lo aveva soprannominato lo stesso Villaggio, gli chiese di aiutarlo a trovare i versi adatti. Cos’altro meglio di un re francese alto medioevale, Carlo Martello, il primo che, nell’VIII secolo d.C., riuscì a fermare l’avanzata degli arabi nel continente europeo? Ma questo re non poteva certo passarla liscia nelle mani dei due amici. Ed ecco una delle scenette più esilaranti mai raccontate in musica. Il guerriero, l’eroe accolto cingendolo d’allor dalla terra che ha preservato dall’invasione, cede allo stimolo dei sensi e si comporta da maschio prepotente. Anche perché in guerra si corre il rischio di perdere la chiave della cintura di castità della legittima sposa.

Improvvisamente appare davanti a lui una mirabile visione, il simbolo d’amore, con il seno nudo nel folto delle trecce bionde. Nonostante gli avvertimenti di anonimi personaggi del seguito (già d’altri è gaudio quel che cercate) , re Carlo cede ai sensi  (più dell’onor potè il digiuno, un conte Ugolino dantesco in versione comica) ma arriva la sorpresa. La ragazza oggetto della brutalità reale si vendica: “ veloce lo arpiona la pulzella repente la parcella, presenta al suo signor”. Come? Un re, un guerriero, un eroe ridotto all’amore a pagamento? Come accade spesso in questi frangenti, quando l’autostima subisce un duro colpo, è naturale attaccarsi ai dettagli piuttosto che soccombere alla situazione sfuggita di mano: “anche sul prezzo c’è poi da ridire, io mi ricordo che pria di partire c’eran tariffe inferiori alle tremila lire”. Confessando di conoscerne i prezzi , Carlo ammette di praticare l’amore mercenario.  Senza più la speranza di recuperare la sua dignità, il re vincitore non trova di meglio che comportarsi da cialtrone e dileguarsi.
Un testo esemplare per idea, ritmo narrativo e psicologia. Con in più quella parola che detta in una canzone destinata al grande pubblico rappresentava allora quanto di meno politically correct ci fosse in Italia. Chi può dimenticare che in Rai, ad esempio, non si poteva pronunciare la parola membro, perché collegabile infelicemente, con il massimo della malizia, con l’organo di riproduzione maschile. Dunque mai “membro del comitato”, ma “partecipante, componente”. Sarebbero passati altri 13 anni prima che Cesare Zavattini pronunciasse alla radio la madre di tutte le parolacce “C..zo” e portasse a compimento un processo di liberazione anche verbale che proprio le “Puttane” di Villaggio-De André avevano avviato.
Certo sono altre le canzoni di De André che hanno inciso sulla mentalità e la psicologia degli italiani e prima fra tutte Bocca di Rosa, che fu pubblicata nello stesso album, Volume I (1967) che conteneva la canzone su Re Carlo con un nuovo arrangiamento. Ma anche questa, con tutta la sua ironia birichina e festosa, rappresenta un piccola perla nel tesoro che ci ha lasciato Faber.

Carlo Martello Ritorna Dalla Battaglia Di Poitiers
Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor

Al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor

il sangue del principe del Moro
arrossano il ciniero
d’identico color

ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d’amor

“se ansia di gloria e sete d’onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all’amore

chi poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave”

così si lamenta il Re cristiano
s’inchina intorno il grano
gli son corona i fior

lo specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor

Quand’ecco nell’acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d’amor

nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

“Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella”
disse Re Carlo scendendo veloce di sella

“De’ cavaliere non v’accostate
già d’altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate”

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s’arrestò

ma più dell’onor potè il digiuno
fremente l’elmo bruno
il sire si levò

codesta era l’arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà

alla donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà

“Se voi non foste il mio sovrano”
Carlo si sfila il pesante spadone
“non celerei il disio di fuggirvi lontano,

ma poiché siete il mio signore”
Carlo si toglie l’intero gabbione
“debbo concedermi spoglia ad ogni pudore”

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d’onor si ricoprì

e giunto alla fin della tenzone
incerto sull’arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor

“Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor”

“E’ mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,

anche sul prezzo c’è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v’eran tariffe inferiori alle tremila lire”

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò

frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor

al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor

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