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L’Italiano, Toto Cotugno (1983)

Come si può identificare un italiano vero? Una domanda che si pongono in troppi mentre si discute in parlamento la legge sullo ius soli che riconoscerà la cittadinanza a tanti ragazzi che parlano la lingua del paese dove fioriscono i limoni molto meglio di me.

Se mi permettete un consiglio per Salvini e gli altri che si oppongono strenuamente a quella legge, prendete a modello l’identikit della canzone di Toto Cotugno che negli anni ’80 ha fatto il giro del  mondo. Erano i tempi in cui un grande banchiere tedesco disse al sottoscritto che amava molto l’Italia e gli italiani: il suo barbiere  era italiano precisò convinto di dare un contributo decisivo all’immagine del Belpaese.

Allora, se il figlio dell’immigrato nato in Italia riesce a cantare con la chitarra in mano, se si sa cucinare gli spaghetti al dente, se pensa che si farà la barba con la crema alla menta e pensa che vestirà  un vestito gessato sul blu, senza perdersi la moviola la domenica in tivù, bene allora può essere promosso a cittadino italiano. Altrimenti niente. Troppo vecchio questo cliché? Non certamente più vecchio delle idee di chi pensa di scendere in piazza per far fallire un tentativo di rendere l’Italia un Paese più civile.

C’è un passaggio nella canzone di Cotugno che sembra davvero parlare di chi aspetta da anni di vedere riconosciuto il suo diritto a essere un vero cittadino italiano: Buongiorno Italia, buongiorno Maria, con gli occhi pieni di malinconia, buongiorno Dio, lo sai che ci sono anch’io.

Refrain: Lasciatemi cantare con la chitarra in mano perché ne sono fiero, sono un italiano, un italiano vero.

 

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