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Mi Buenos Aires Querido, Carlos Gardel (1934)

Quando gli uomini si mettevano la brillantina, qualcuno inventò il tango, la più geniale forma mista d’arte della civiltà moderna, fatta di poesia, danza e musica. Intendiamoci non esiste un “padre del tango” così come non esiste un padre per nessuna forma di danza, prodotto più o meno nobile della cultura popolare. Così il tango venne fuori dal melting pot argentino: nero, ispanico, indio, italiano. Ma anche se non c’è un arconte eponimo, c’è comunque un mito che serve a renderne ancora più eroiche e favolose le origini. Il suo nome è Carlos Gardel, non si sa dove è nato, se in Argentina o in Uruguay, si sa che si è portato un proiettile nel polmone tutta la vita dopo essere rimasto ferito da un proiettile vagante, si sa con certezza che è morto nel 1935 in un incidente aereo a Medellìn, in Colombia. Il suo aereo, rullando sulla pista, si scontrò con un altro velivolo: nel rogo insieme con lui rimase ucciso anche Alfredo Le Pera, il poeta (gli autori dei testi del tango non sono semplicemente dei parolieri, ma degli artisti) che firmò anche i versi di Mi Buenos Aires Querido. Rapido fu l’ingresso del cantante nella leggenda. La cosa non è testimoniata solo dai fiori freschi e dagli ex voto che ogni giorno vengono portati sulla sua tomba nel cimitero della Chacarita a Buenos Aires, ma anche per esempio dal fatto che la sigaretta che pende dalle labbra marmoree della sua statua deve rimanere sempre accesa. Il culmine della sua popolarità postuma è stato raggiunto nel 2003, quando l’Unesco dichiarò la sua voce patrimonio culturale dell’Umanità. Se ascoltate le sue canzoni, Volver, Por una Cabeza, Mi Buenos Aires querido, vi rendete subito conto del fascino del suo timbro di voce. E’ come se un’intera epoca, quella della prima metà dello scorso secolo, vi venisse incontro e vi raccontasse di un mondo tutto sommato triste, ma portatore di una dignità e di un senso dell’esistenza che non possono essere neanche minimamente paragonate alla giuliva e incosciente superficialità imperante nel mondo di oggi. E’ una voce che parte da dentro e ti arriva diretta nell’anima. Complice certo la bellezza del ritmo del tango, “un pensiero triste che si balla”, come lo definì uno dei più importanti interpreti letterari Enrique Santos Discépolo.  Mi Buenos Aires Querido fa parte delle canzoni scritte nel periodo “hollywoodiano” di Gardel che nei due anni precedenti alla sua morte partecipò a numerosi film in Argentina e in Europa. Come quasi tutti gli artisti del periodo, anche Gardel era attratto dalla Francia dove si recò e tenne concerti in più occasioni. Un film del 1985, Tangos – El Exilio di Gardel, del regista Fernando E. Solanas racconta di un gruppo di argentini fuggiti alla dittatura che si propongono di realizzare uno spettacolo dedicato a Gardel utilizzando anche la musica di un altro grande compositore di tango, Astori Piazzolla. Mi Buenos Aires Querido Mi Buenos Aires querido cuando yo te vuelva a ver, no habr ms penas ni olvido. El farolito de la calle en que nac fue centinela de mis promesas de amor, bajo su quieta lucecita yo la vi a mi pebeta luminosa como un sol. Hoy que la suerte quiere que te vuelva a ver, ciudad portea de mi nico querer, y oigo la queja de un bandonen, dentro del pecho pide rienda el corazn. Mi Buenos Aires tierra florida donde mi vida terminar. Bajo tu amparo no hay desengaos, vuelan los aos, se olvida el dolor. Caminito cubierto de cardos, la mano del tiempo tu huella borr; yo a tu lado quisiera caer y que el tiempo nos mate a los dos. En caravana, los recuerdos pasan, con una estela dulce de emocin. Quiero que sepas que al evocarte, se van las penas del corazn. Mi Buenos Aires querido cuando yo te vuelva a ver, no habr ms penas ni olvido

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