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La Mia Banda Suona il Rock, Ivano Fossati (1979)

Ivano Fossati l’ha ripudiata come simpatico e divertente esperimento giovanile e del resto bisogna rispettare le decisione degli artisti. Vi ricordate quel magnifico racconto di Balzac, il capolavoro  sconosciuto dove il pittore distrugge quella che doveva essere l’opera della vita?  Ma differenza del lavoro del povero Fenhofer, il pubblico ha capito perfettamente “La mia banda suona il rock” che è diventato tuttora un motivo fisso nei repertori di molti complessi e delle orchestre di sagre, balere e di qualsivoglia circuito popolare. Il Pop ha le sue regole e le sue esigenze per cui Fossati, genio genovese, mi perdonerà se dico che quel brano, per ironia, per sensibilità generazionale, per stile compositivo, insomma per tutto, è un capolavoro.

Figlio della terra genovese, feconda di grandi musicisti, Fossati non sarebbe il genio che si è rivelato se non avesse avuto una tensione costante verso il nuovo, il perfetto, verso il raggiungimento dell’equilibrio artistico al più alto livello. La sua carriera musicale è la storia di una ricerca che ha avuto sempre questo doppio aspetto: il successo commerciale come autore sempre superato da nuovi e più avanzati tentativi. Partito con il miglior progressive italiano fino a realizzare una canzone Jezahel,  inno Hippie composto con Oscar Prudente, che sfondò nelle classifiche italiane, Fossati si impose prima con i Delirium, poi nel 1977 con “La casa del serpente” che contiene canzoni che furono lanciate da Mina e da Anna Oxa, due delle cantanti che più lo hanno valorizzato, ma ci sono anche Patty Pravo (Pensiero stupendo), Loredana Bertè e Mia Martini. Fino a che, nel 1979, arriva “La Mia Banda Suona il Rock”, che ottiene un successo straordinario quasi a dispetto delle intenzioni dell’autore che vuole  i favori del pubblico per pezzi un po’ più elaborati, “più alti”.

Il punto, tuttavia, è che l’equilibrio artistico capace di parlare a tutto il pubblico si ottiene quando funziona la miscela di generi e stili che corrisponde allo spirito del tempo. “La mia banda suona il rock” è un riuscito innesto di rock latino e di pop/reggae  di importazione che impone da subito un gran movimento del corpo. Ti prende da dentro e ti dice: “ora devi ballare”. “Gagliarda, Uncinante”, la definisce il dizionario del Pop – Rock.

Ma è soprattutto il testo che fa della canzone il manifesto umoristico dell’italianità un po’ creativa, un po’ indolente e un po’ cialtrona: “ è un rock bambino soltanto un po’ latino – una musica che è speranza, una musica che è pazienza –  è come un treno che è passato con un carico di frutta – eravamo alla stazione si ma dormivamo tutti”. Già eravamo alla stazione ma abbiamo perso l’attimo fuggente perché eravamo addormentati. “La mia banda suona il rock – e cambia faccia all’occorrenza – da quando il trasformismo è diventato un’esigenza – ci vedrete in crinoline, come brutte ballerine – ci vedrete danzare come giovani zanzare”. Già, per un po’ di successo siamo pronti a tutto. “Lui ti penetra nei muri – ti fa breccia nella porta – ma in fondo viene a dirti che la tua anima non è morta”. Già perché con tutti i suoi difetti, il rock latino stimola la tua voglia di vivere.

 

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