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Respect, Aretha Franklin (1967)

Saranno trasmessi in streaming, nonostante che si svolgano in forma privata, i funerali di Aretha Franklin, venerdì 31 agosto a Detroit. Tutto il mondo potrà così dire addio alla Regina del soul scomparsa il 16 agosto scorso all’età di 76 anni, così come lo faranno Stevie Wonder, Faith Hill, Ronald Isley, Chaka Khan e Jennifer Hudson, che canteranno alla cerimonia funebre nel ricordo della grande artista.  In questi giorni intanto migliaia di fan le stanno rendendo omaggio nella camera ardente  aperta al Charles H Wright Museum of African American History.

In tempi di mediocrità straripante, c’è in tutti la voglia di onorare il talento, la perfezione costruita su un dono naturale, la voce, e sull’impegno di studio e di passione che poi si traduce in un’attitudine generosa di trasmettere agli altri momenti di sospensione gioiosa nella fatica del vivere quotidiano.

Quando cantava “You make me feel like a natural woman”, la testa piegata all’indietro, “stava cantando rivolta verso Dio”, scrive l’Economist. Ed è questa dimensione religiosa che non può essere separata dal suo modo di essere artista Gospel, nonostante tutte le sofferenze che la vita le ha inferto a cominciare dalla madre che l’ha abbandonata all’età di sei anni, due figli, avuti a 15 e 17 anni, un divorzio, una carriera che ha stentato a decollare.

Il suo successo alla fine si esprime in due numeri: ha vinto 18 Grammys e venduto 75 milioni di dischi.

Aretha è stata una cantante che esprimeva un sentimento religioso della vita e della libertà.  Questo è anche il motivo per cui Respect, la sua canzone più famosa, è diventata l’inno di tutti i movimenti di liberazione, grazie anche a quel suo stile di alzare le braccia verso il cielo. Quelle braccia dimostravano come la sua voce “sembrava passare ogni limite che una persona possa immaginare”, così ancora il settimanale britannico.

 

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