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Russians, Sting (1985)

Sul piano dei rapporti internazionali, gli sviluppi della guerra in Siria sono fonte di assoluta preoccupazione. Da quattro anni orribile mattatoio che distrugge l’esistenza  di centinaia di migliaia di cittadini, quella guerra sta trasformandosi in un ennesimo banco di prova delle relazioni fra il mondo occidentale e la Russia che ha deciso di schierare la sua enorme forza aerea accanto all’imbarazzante alleato Bashar Al Assad. Chi aiuta chi? Chi sta con chi? Se si esclude la terribile minaccia dell’isis che mette tutti d’accordo, il nodo gordiano del conflitto in Medio Oriente è ben lungi dall’essere sciolto.

Fra Est e Ovest, ovviamente, oggi le cose non stanno come esattamente trent’anni fa, quando Gordon Matthew Summer in arte Sting, chiusa con il bellissimo Synchronicity l’esperienza con i Police, nel 1985 pubblicò il suo primo album d’autore “The Dream of The Blue Turtles, che ebbe un grandissimo successo con una hit da classifica (If You Love Somebody – Set Them Free).  Vero genio musicale, Sting aveva messo insieme un gruppo di fuoriclasse del jazz (Branford Marsalis, Darryl Jones, Kenny Kirkland e Omar Hakim) e realizzato una “trama” musicale assolutamente originale, “nobile, convincente, qualificata” come scrive il Dizionario del Pop Rock.

Fra le tracce di quell’album c’era anche una singolare canzone pacifista “Russians”, il cui tema musicale Sting ha ripreso da Sergei Prokofiev (Lieutenant Kije Suite, Op. 60). Nel momento in cui con l’avvento di Mikhail Gorbaciov, la guerra fredda stava volgendo al termine con la fine del sistema sovietico, Sting si pone dal punto di vista del cittadino comune occidentale o russo con una affermazione che dovrebbe entrare nell’elenco delle frasi celebri da ricordare: “there’s no monopoly on common sense / On either side of the political fence” – “non esiste il monopolio sul buon senso / da una parte o dall’altra della barricata politca”. Nessuno dunque può pretendere di avere ragione e “nessuna guerra si può vincere”.

 

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