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Sally, Vasco Rossi (1996)

Non stupisce che Vasco Rossi consideri Sally una delle sue opere più belle, addirittura una di quelle per le quali varrebbe la pena mettere su un concerto. E non stupisce dunque neppure che il brano gli abbia  guadagnato l’invito al Club Tenco,  in sostanza il visto di ingresso nell’esclusivo mondo dei cantautori, artisti e intellettuali. Inserita nell’album “Nessun Pericolo…Per Te” del 1996, dopo un periodo di riflessione artistica, Sally è sicuramente una delle canzoni più filosofiche e autobiografiche del Blasco. Se ne parla qui anche perché è spuntata inattesa durante una discussione su un libro di “Istruzioni per rendersi felici”, una riflessione sull’attualità della filosofia antica per aiutarci nella fatica quotidiana del vivere.  “Convinciti che ogni nuovo giorno che si leverà, per te, sarà l’ultimo. Con gratitudine allora accoglierai ogni insperata ora”, era uno dei precetti della filosofia epicurea. “Per vivere davvero ogni momento con ogni suo “turbamento” e come se fosse l’ultimo!”,  gli fa eco uno dei passaggi del testo.

Ma  non c’è solo quello. Anche Sally è un piccolo manuale di self help poetico, fatto di consigli anti disperazione, con per primo quello di  guardare indietro a ciò che ti è successo nella vita pensando che non è poi così negativo come ti appare, perché hai avuto coraggio e ti sei messo alla prova. Sally è stanca, non ha più voglia di fare la guerra, ha patito troppo e ha già visto che cosa “ti può crollare addosso”. Ha pagato duramente tutti gli errori, ma fuori piove e la vita è fatta così. Quando sei a caccia di esperienze tutto appariva più facile, “come mangiare le fragole, e ogni sguardo provocava turbamento”. Ma la vita “è un brivido che vola via, un equilibrio sopra la follia”, e forse è proprio questo il senso della vita, un interrogativo che Vasco si pone in un’altra canzone di ancora più esplicita ricerca esistenziale: Voglio trovare un senso a questa vita. Anche se questa vita un senso non ce l’ha” (Buoni e cattivi, 2004), un senso che va oltre la “vita spericolata” (1983).

Si tratta di una scoperta tutt’altro che entusiasmante (“forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male”), ma la serenità sta in questa consapevolezza. Forse. Ma intanto la gente vive la sua vita ordinaria, corre a casa e si mette alla televisione, ha scelto una sicurezza facile, preferisce consegnare  la propria inquietudine alla neutralità degli oggetti di consumo, a non fare niente che possa mettere in crisi un equilibrio senza eroismo. Allora le passa per la testa il pensiero che la può salvare: “forse non è stato poi tutto sbagliato, forse era giusto così”. Ma non chiedere a nessuno, cara Sally, nessuno può darti la verità: quella la trovi solo dentro te stessa, come raccomandavano i filosofi antichi. Io posso solo dirti: “senti che bel rumore”.

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