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Sì, Viaggiare, Lucio Battisti (1977)

“La vera motocicletta a cui state lavorando è una moto che si chiama voi stessi”.  Sicuramente queste parole che sono un po’ la sintesi estrema del libro di Robert  Pirsig “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” frullavano nella mente di Mogol quando si accinse a scrivere il testo per una canzone di Lucio Battisti che sarebbe stata pubblicata prima come lato B del singolo che sulla faccia nobile aveva inciso “Amarsi un po’” e poi nell’album “Io Tu Noi Tutti” pubblicato nel 1977: Sì, Viaggiare.

Tre anni prima, nel 1974, era uscito il libro di Pirsig che fu un best seller paragonabile alla saga di Tolkien, ed è diventato in tempi brevi uno dei pilastri della formazione di un’intera generazione. Non è semplicemente un’opera “on the road”, come quella di John Kerouac  il cui libro scritto nel 1951 diventò il manifesto della Beat Generation: “Dobbiamo andare e non fermarci fino a che non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so ma dobbiamo andare”, scriveva.  Anche se il protagonista di Pirsig all’inizio non sa dove andare, sale sulla moto con il figlio undicenne e comincia a vagare per il Minnesota con  un’altra coppia di amici.

Non lo è perché in realtà il viaggio qui non è casualità o semplice (a volte felice) abbandono all’esistenza, ma è un percorso iniziatico che utilizza gli stimoli esterni per mettere chiarezza nei propri pensieri e arrivare alla domanda fondamentale: che rapporto c’è fra la motocicletta che rappresenta tecnologia e razionalità e il Buddha, cioè la qualità e l’essenza della vita: “Il divino – dice Pirsig –  dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore”.  Dunque se si viaggia in moto, bisogna conoscerla come noi stessi, perché entrambi siamo momenti di una stessa ricerca.

E’ quello che fa “quel gran genio del mio amico” del testo di Mogol, “lui saprebbe cosa fare, lui saprebbe come aggiustare con un cacciavite in mano fa miracoli”. Lui pulirebbe il filtro con il quale “scinderesti  la gente quella chiara dalla no e potresti ripartire certamente non volare ma viaggiare”.  C’è lo stesso clima di pacata riflessione dell’ispiratore americano:  questo viaggio dentro se stessi si deve fare dolcemente, “con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore”.  Solo così puoi avvicinarti al senso della vita.

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