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Sorry Seems to Be the Hardest Word, Elton John (1976)

In questo clima di nostalgico revival dell’era rock seguito alla scomparsa del Duca Bianco, ecco comparire sul palco di Sanremo Reginald Dwight in arte Elton John, un altro musicista che come Bowie è riuscito a superare i momenti difficili del suo percorso artistico ed esistenziale facendo appello a una grande capacità creatività.

Il momento di massimo successo Elton lo ha raggiunto negli anni 70 quando riuscì a trovare una sintesi felice dell’esplosione musicale del decennio precedente sulla via di un rock pop di alta qualità, capace di resistere all’usura del tempo e delle mode. “Le sue intuizioni hanno il pregio della immediatezza, della semplicità e del piacere ludico, non si cerchino ipotesi rivoluzionarie”, scrive il dizionario del Pop Rock.

Quando compose Sorry Seems to Be the Hardest Word, Elton stava attraversando  una crisi da super lavoro: una specie di corsa senza tirare il fiato cominciata a cavallo fra i due decenni. Reagì componendo diciotto canzoni, ma Sorry era la più bella, destinata a restare duratura nel canzoniere mondiale. Il brano entrò nell’album Blue Moves (1976) ed ha avuto numerose cover, fra le quali spicca quella di Joe Cocker, maestro nel reinterpretare i migliori pezzi dei colleghi compositori.

Del resto, il testo in gran parte scritto da Elton che in genere utilizzava la lirica del suo amico Bernie Taupin, è “amaro e dolente”, una registro che alla fine pare molto vicino alla sua sensibilità, come ha dimostrato Candle in The Wind, un’altra sua grande composizione, quella che lo ha rilanciato in tutto il mondo perché divenne la colonna sonora dell’addio funebre a Lady Diana.

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