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Ta Pum, Anonimo (1914)

Il 28 luglio 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, detta la Grande Guerra. Costò 16 milioni di morti, fra militari e civili, e 20 milioni di feriti, secondo una stima attendibile. L’Italia contò 1.240.000 morti, il 3,48% della popolazione. Quella tragedia fu oscurata da un orrore ancora maggiore quale fu la seconda guerra fratricida degli anni 1939 – 1945. Sono passati cento anni e, come riferì un paio di anni fa l’Economist, è morto l’ultimo testimone conosciuto di quell’evento. Eppure molti frammenti di quegli anni di battaglie sui monti veneti sono fortemente radicati nella memoria della generazione degli anni 50 e 60: i nonni combatterono e tenevano in casa cimeli e ricordi. Fra parentesi, il mio ebbe la fortuna di stare accanto a Francesco Baracca, uno degli eroi della allora nascente aeronautica militare, la cavalleria dei cieli.

Nell’eredità morale, culturale, familiare di quel periodo, un piccolo ma robusto spazio è occupato dai canti degli Alpini, il corpo speciale dell’esercito italiano,  che ebbe un ruolo di prima fila nei combattimenti contro le truppe austro-tedesche. Si tratta di canzoni popolari, per lo più di autore anonimo, che avevano una funzione nello stesso tempo unificante degli spiriti e tranquillizzante degli animi di uomini esposti al rischio costante di morire. Un momento di pace nell’angoscia insopportabile della battaglia, quando non c’era nemmeno quella finta razionalità delle armi moderne che danno l’illusione di padroneggiare il fuoco e la morte ad alleggerire la consapevolezza di andare senza vera difesa incontro al fuoco delle mitragliatrici e ai veleni del gas di Ypres.

Il libro dei canti degli alpini è ricchissimo. “Ta Pum” è uno dei più adatti a rappresentarli tutti. Ta Pum sono parole onomatopeiche che si riproducono il suono della mitraglia austriaca, compagno quotidiano dei soldati con la penna nera.  Il testo è la storia di tutti i giovani chiamati alla guerra: “ho lasciato la mamma mia” per fare il soldato. Un destino terribile: il cecchino spara (Ta Pum) mentre si mangia la pagnotta e “domani  si andrà all’assalto”, con un’unica prepotente, vitale idea: cercare di non farsi ammazzare. Ma molti non ce la fanno: “Quando poi si discende al piano, battaglione non ha più soldà. Nella valle c’è un cimitero, cimitero dei nostri soldà”. E tuttavia non si muore senza un vero ideale che rende nobile il sacrificio: “Battaglione di tutti i morti, noi giuriamo l’Italia salvar”.

La bellezza del canto sta nella semplicità dell’eroismo, senza esaltazioni o ossessioni ideologiche, come accadde nella guerra successiva: un popolo ancora contadino che dice a se stesso semplicemente “quello che si deve fare si fa” e il resto è lasciato alla volontà di Dio. Rispetto ad altri canti assai più malinconici e rassegnati (Era una notte che pioveva, Il testamento del capitano, Sul ponte di Perati bandiera nera) Ta Pum ha un ritmo più marcato e può essere cantata più lenta o più veloce a seconda del sentimento del momento. Sicuramente la sua composizione risale a dopo la dichiarazione di guerra austro-ungarica alla Serbia, ma il 1914 è la data cruciale che l’ha ispirata.

 

 

 

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