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Un giorno mi dirai, Stadio (2016)

Se fra tanti giovani e giovanissmi talenti, ragazzi brillanti e pieni di energie, amici e non amici, divi soprattutto di oggi e un paio di degnissimi naufraghi del passato come Patty Pravo ed Enrico Ruggeri,  alla fine hanno vinto quattro non più giovani signori romagnoli una ragione forse c’è. E non è così complicata da spiegare. La band degli Stadio ha presentato una canzone “Un giorno mi dirai” che era una spanna sopra tutte (o quasi tutte) le altre.

Con questo non si vuole dire che non ci fossero altri pezzi notevoli, ma la cosiddetta “confezione Sanremo” vale a dire quel mix di testo pieno di sentimento il più possibile non troppo artefatto, di originalità musicale unita alla facile riproducibilità anche semplicemente fischiettando, di interpreti credibili portatori sani di tradizione canora, è stata raggiunta solo da “Un giorno  mi dirai”.

Ed era davvero di grande immediatezza comunicativa vedere sul podio da una parte il gruppo di Gaetano Curreri, questi sessantenni con nei volti il riflesso di una vita di artisti perennemente in cerca di mantenere il rapporto con il loro pubblico, e dall’altra la giovanissima Francesca Michielin, che lo stesso Curreri ha indicato come la bambina/ragazza che dialoga con il padre della sua canzone.

Signori, la 66ma edizione del Festival di Sanremo in fondo è stata per questo rivoluzionaria, perché non ha vinto il duo Giovanni Caccamo e Deborah Iurato, costruzione a tavolino che sembrava un quadro intitolabile “Italian Gothic” , variante nostrana del quadro di Grant Wood. E non ha vinto per la semplice ragione che quest’anno gli spettatori hanno preferito ascoltare piuttosto che guardare. Hanno per esempio apprezzato il testo malinconico cantato da Curreri con quella sua voce inconfondibile, romagnola in tutto, dolente in tutto, terragna, profonda. Così come quelle parole, certo un po’ retoriche, come “un giorno ti dirò che ti volevo più bene di me e tu riderai, riderai, riderai”, ma poi farai anche tu l’esperienza di quanto è difficile amare e “si può anche sbagliare, ma se era vero amore, è stato meglio viverlo comunque”.

Onore dunque agli Stadio, prodotto degli anni 70, giunti al successo negli 80 e poi trascurati interpreti sanremesi per quattro volte.  Fino alla vittoria che i più che preferiscono pensare alla manifestazione canora come a un groviglio politico, commerciale, televisivo, taroccato che produce brani di plastica e giovanotti bravi e ambiziosi. Purché si salvi un’anima italiota che è sempre più misteriosa.

Foto: www.rainews.it

 

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