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Famiglia

Famiglia. Una parola usata e abusata. C’è affinità di sangue. Di interessi. Di origine. Di tutto. C’è un infinito numero di concetti che si riducono a quello di famiglia. Un tema che si ritrova sempre, da quando gli ominidi sono usciti dal loro guscio animale per farsi uomini (o, per i creazionisti, da quando Dio creò tutto con il disegno intelligente): la famiglia è un centro sociale, di potere, di evoluzione del costume, di solidarietà, di conoscenza, di tradizione e di tutto il resto, compreso ogni rispettivo contrario. E c’è quasi un ritornello che nei secoli e nei millenni si rincorre, quello che lamenta che la famiglia non sia più quella di un tempo.

C’è nella storia sempre una idea astratta, mitica, platonica di quella piccola somma di padri e figli, talora nonni e nipoti, che chiamiamo famiglia. Alla quale abitualmente le fazioni avverse attribuiscono le ragioni di molti dei mali che affliggono le epoche dell’uomo. Un luogo di saggezza o di ipocrisia, di sicurezza e di restrizioni, di crescita e di minorità, di formazione e di ignoranza. Ogni tanto qualche regime o qualche setta hanno ritenuto di togliere i figli alle famiglie per farne uomini diversi. Nella politica, ovunque, la famiglia è un obiettivo da centrare per accrescere il consenso. C’è una interpretazione rigida, padre, madre e figli, oppure allargata con figli di un solo coniuge, o senza neppure uno dei coniugi, oppure con coppie omosessuali: si combatte ferocemente su queste interpretazione, su ciò che sia famiglia, sebbene all’origine indicasse solo il nome collettivo di coloro che stavano nella stessa casa.

L’ipotesi più probabile, come accade a tute le cose umane, è che la famiglia come concetto definito e profondo non c’è o, meglio, cambia di tempo in tempo e di spazio in spazio. E’come la gravità, frutto dell’azione dello spazio tempo: tentare di separare l’uno dall’altro porta a incomprensioni e ad analisi inefficaci. In fondo, volendo usare le immagini del  passato, la famiglia di  oggi è la migliore di sempre. Prima, praticamente tutti i matrimoni erano frutto di relazioni tra famiglie, a guidare la scelta era sempre l’interesse, l’amore e il desiderio non erano contemplati, e questo con buona pace di chi ha sempre predicato il matrimonio come comunione d’amore.

La cura dei figli era di gran lunga meno intesa: la prole era molto più larga e si accettava che una parte morisse prematuramente nei primi anni. Inoltre i figli erano la garanzia di sostentamento per la vecchiaia: un Inps dalle sembianze umane.  E in ogni caso la famiglia, nel senso del diritto romano, tutto ciò che era sotto lo stesso tetto, compresigli schiavi, era anche il luogo economico di sostentamento per tutti quelli che ne facevano parte. Chi dice che la famiglia non sia più quella di una volta, dice la verità: si tratta poi di vedere a che cosa ci si riferisce.

Avevamo famiglie con molti figli, oggi la prole è mediamente in numero inferiore a due. In Italia ci sono 22 milioni di famiglie per 60 milioni di abitanti. Abbiamole famiglie di fatto e, piaccia o non piaccia, abbiamo le famiglie omosessuali, abbiamo famiglie in cui i figli sono parte di un genitore, parte di un altro e parte di ambedue. Eppure usiamo sempre la parola famiglia. Quindi fare una critica alla famiglia in quanto tale è semplice trappola semantica. La famiglia di un tempo, bisognosa di tutto, spediva quanto prima i figli a lavorare: ora l’ambizione di tutti è che studino, che divengano migliori dei genitori, con più soddisfazioni e maggiori ricchezze e soprattutto con minori sacrifici e sofferenze. Ovviamente non in molti realizzano questi desideri, ma l’ambizione resta.

C’è poi da segnalare la disomogeneità culturale e sociale. Per semplificare, pur con parole poco adatte, si dal progressismo spinto al conservatorismo spinto nel comportamento all’interno della famiglia, con infinite varianti: il modello unico non esiste, nonostante gli sforzi sociologici di classificazione. La famiglia non è una gabbia, per definizione, né il luogo degli affetti certi, né la sicurezza per gli smarriti. La società non è più in grado di imporre modelli rigidi, ipocriti o meno, di famiglia tradizionale. E anche la religione, per ragioni che si possono indagare, non ha più la capacità di tenerla sotto controllo.

Ciò ovviamente non sta a significare che non esiste nulla di analizzabile in forma di società, di convinzioni condivise, di modelli di comportamento. Ma resta difficile ogni critica  generalizzata. Più di quaranta anni fa, a partire dal mitizzato ’68, l’analisi della famiglia come struttura ben identificabile aveva ancora un senso preciso. In fondo la Seconda Guerra Mondiale era finita da poco più di vent’anni, i genitori in media erano nati dopo la Grande Guerra,  avevano vissuto il fascismo (e in qualche modo ne erano rimasti più o meno influenzati), e comunque erano sostenitori di valori che le nuove generazioni facevano fatica a condividere, per non parlare dei rapporti, personali e sociali, tra l’uomo e la donna che si riflettevano pesantemente sul significato e sul ruolo della famiglia.

Oggi, di fatto, ai “valori tradizionali”, nel bene e nel male, oggi si affida chi ha difficoltà di basare le proprie scelte su criteri propri. Il che non significa che comunque i “valori tradizionali” sia una pessima cosa, ma che c’è differenza tra aderirvi con convinzione o per ignavia. Quindi la natura della famiglia, e il modo con il quale la si vive, dipende moltissimo dai suoi componenti, tutti. E ovviamente in questo si inserisce un concetto di lotteria, di sorte: influiscono l’educazione ricevuta, la condizione socioeconomica, il carattere di ognuno, la situazione contingente, le relazioni tra i genitori e così. Un po’ come sempre ma con maggiore evidenza. Quindi il modello di famiglia sembra molto di più quello che il qualche modo costruisci,pur tenendo conto di tutti gli elementi, che non quello che ti viene imposto. Il che rende più complessa la situazione psicologica: non puoi solo imputare alla società, o all’idea platonica di famiglia, le difficoltà che si incontrano, perché parte almeno di quelle sono frutto dell’agire di ognuno dei componenti.

foto: www.igrc.us

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