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Il Cibo

E’ l’uomo ciò che mangia? Difficile a dirsi, ma certamente è ciò che digerisce. E sono tempi  nei quali il digerire è duro. Tutti noi abbiamo conosciuto un tizio che sentenzia: digerisco anche i sassi. O con malcelata vanagloria afferma: sono meglio dello struzzo. Noto anche per il suo nascondere la testa sotto la sabbia. Forse è il modo migliore per digerire. Occhio non vede stomaco non duole.  Una società di struzzi che, dovendo digerire tutto, si dedica con impeto e passione a parlare sempre di cibo, materia che ha sostituito perfino il calcio nei salotti e negli spogliatoi. Che col calcio ha una affinità solenne: anche in questo campo tutti possono definirsi competenti. Quindi alle decine di milioni di commissari tecnici si assommano decine di milioni di chef. Ciascuno con la sua ricetta, la sua formazione alimentare che contiene, inutile negarlo, un segreto che la rende unica e inconfondibile: in genere è la curcuma, o qualche altro sapore esotico, come se l’origano o il basilico fossero ormai sapori passatisti e svilenti.

Così i cuochi, (quelli che dicono: la nostra cipolla, il nostro soffritto) invadono giornali, televisioni, programmi di ogni tipo. Quel che un tempo spettava ai preti (esperti di cibo dell’anima) ora va ai mestoli famosi. Hanno soppiantato perfino la perniciosa stirpe dei maghi, oroscopisti e veggenti modello tv. In pratica se la battono con i meteorologi. Altra materia nella quale la nostra competenza nazionale assurge a livello stratosferici (ovviamente lo dice la parola stessa).

Parte la caccia al formaggio di capra della Mauritania, al prosciutto di maiale bilingue , alla cipolla di Osiride, e ogni paese, degli ottomila che compongono l’Italia, spara la sua sagra, dal ranocchio alla bistecca, dal tortello al peperoncino. Il cibo riempie tutto, non solo lo stomaco, ma la fantasia, l’anima e il cervello. Ogni tizio che va in tv prosegue con la pubblicazione di un ricettario, popolare o esoterico,  tribale o molecolare. Un’orgia di parole dette con la profondità di un filosofo, con la iattanza di un conquistatore,  col sorriso di un adulatore. Le scenografia ormai sono fatte di cucine (col nostro coltello e il nostro frullatore). Si organizzano sfide internazionali all’ultima julienne e i relativi mattatori si presentano con la stessa aria di sfida del Gladiatore. Un mondo nel quale il grande sconfitto è il senso del ridicolo.

Sembra proprio che gli scienziati abbiano appurato che lo sviluppo neuronale e l’ingrossamento del cervello si sia accelerato da momento nel quale l’uomo ha imparato a cuocere gli alimenti. Di fatto con la nascita della gastronomia. E’ probabile che si sia in presenza del processo regressivo nel quale le sinapsi si stanno specializzando per comprendere solo i legami imprescindibili tra la cucina locale e la globalizzazione. Per non parlare di vini. L’aria pensosa dello chef quando è interrogato sul nettare più adeguato da associare a uno spezzatino di ippogrifo: medita e quindi annuncia con certezza il nome di un vino noto a lui e al relativo produttore.  Una colossale recita nella quale il cibo è comprimario, lo sfondo per esaltanti prestazioni umane di leader del tegame e della casseruola. Ma il quadro dei gironi infernali dell’alimentazione non si ferma qui. C’è il dietologo e/o nutrizionista che l’invade l’aere con sentenze  magistrali: bere troppo fa male, occorre moderazione, troppi grassi nuocciono alla salute, e farsi una cofana  di fusilli è sconsigliato. E anche questi preziosi brocardi sono pronunciati con sorrisi saggi e convincenti. E i loro effetti sono davanti a tutti. In Europa l’Italia è ai primi posti quanto a obesità assieme a  cretesi, greci e spagnoli. Il senso del gusto, non il buon senso,   non ha confini.

Forse aveva ragione Giovenale quando scriveva che il popolo ambiva solo a due cose, il pane e i giochi del circo. Essendoci evoluti, abbiamo ambizioni più ampie che non il solo pane, la gastronomia, infatti. Mentre i “circenses” sono tutt’ora presenti. Che si tratti di  sport , concerti o altre esibizioni poco importa. Sono luoghi dove il cervello si riposa e l’anima si sente libera. Si tratta di una semplificazione, momentanea ma efficace dell’esistenza. Come il drogato che riduce ogni sua preoccupazione alla ricerca di nuove cartine di alluminio.  Le ansie del quotidiano si sfaldano e lasciano posto all’illusione di una passione che rinvigorisce,  magari solo per un paio d’ore. E così il cibo che, nella sua versione enfatizzata, offre una dimensione di pensiero, di scelta, di armonia, di convincimento, di competenza,  di personalità, di pace gastro spirituale. E come ogni mistica, anche quella del cibo ha bisogno di santoni, nel caso specifico pure vestiti col bianco della purezza, che pontificano su sapori e convergenze di gusti che quasi nessuno si proverà a ripetere. Un po’ come si guardano le sfilate nelle quali le modelle indossano abiti improponibili, e che tuttavia suscitano commenti appassionati e commoventi tentativi di spiegazioni poetico razionali. La conseguenza naturale è che anche la ricetta tende sempre più allo stupore, all’insolito, all’immaginifico: perché aglio, olio e peperoncino o cacio e pepe non sono degni di svettare sulle tv. Poco importa che poi gran parte della popolazioni acquisti cibi pronti o surgelati e cucini alimenti con semplicità. Cibi immaginari, da ristorante costoso e insipido, da papille presuntuose e arroganti. Finché un giorno, come nella fiaba di Andersen “Gli abiti nuovi dell’imperatore”, un bimbo griderà: quel piatto fa schifo, al posto di “il re è nudo”. Ma, come accade nella fiaba, l’imperatore (lo chef) continuerà a sfilare senza abiti, e a propinare  piatti immaginari.

Dopo tutte queste inutili parole, si può tornare al primo rigo. Ha un senso il concetto espresso da Feuerbach quando afferma che l’uomo è ciò che mangia? Non è certo questo il luogo di una dissertazione su come e quanto l’alimentazione influisca sullo sviluppo umano, sulla sua organizzazione sociale, sul suo progresso o la sua intelligenza. Ma qualcosa si può accennare  tra ciò che si semina nel corpo umano e ciò che poi cresce, tra il carburante dell’uomo e la direzione che poi questo prende.  La cosa affascinante è che noi ci nutriamo di sole, cioè di energia che da questo deriva: o direttamente dalle piante che la sintetizzano, o da altri animali che a loro volta si sono cibati di piante. Nasciamo dalle stelle e da una stella prendiamo il nutrimento.  Dimenticare questo significa perdere il significato dell’essere, far passare tutto per manipolazione umana, quando in realtà sia frutto di essenze semplici. Questo non significa dover tornare alla caverna e al fuoco, ma semplicemente che sarebbe opportuno non dimenticarlo, per mantenere un senso della misura, una sobrietà alimentare figlia della sobrietà dell’essere.

Gli organi che più consumano nel corpo umano sono lo stomaco e il cervello. E più o meno vivono con gli stessi principi. Se dai loro cibo sano, e magari pure gradevole, il corpo avrà più possibilità di essere sano. Evidente per lo stomaco, spesso molto meno per il cervello. Abbiamo bisogno sempre di diete semplici e molto variegate. Ma mentre per lo stomaco si è scatenato un mondo di variazioni, di creazioni, di sapienti del cibo, per la mente l’anoressia sembra aver preso il sopravvento. Pochi concetti, elementari e poco nutrienti, come se il male da temere fosse la bulimia delle idee. L’unica che in realtà non faccia male. E invece tanta anoressia sinaptica, tanta fame inconsapevole. Una triste magrezza addobbata da sovrappeso: mangiare poco e digerire ancor meno, ma con l’aria pasciuta e soddisfatta. Ecco perché, forse, l’uomo è ciò che digerisce.

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