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La Guerra

La guerra. Nucleare, convenzionale. Mondiale, regionale. Di aggressione, di liberazione. Giusta, ingiusta. Umanitaria.  Gli aggettivi dicono qualcosa o il sostantivo di per sé non ha bisogno di contorni esplicativi? La parola proviene dall’antico tedesco, e molto più semplicemente indica il significato di mischia. In fondo erano queste le guerre lontane, mischie limitate di uomini, badando anche al ritmo delle stagioni. E nei millenni si è fatta sofisticata sia negli strumenti che nei modi. Ormai  siamo globali anche in questo, perché globali sono gli interessi: meno importanti i confini, di più le aree strategiche, le ricchezze materiali, l’energia.

Il nazionalismo, il peggior regalo del ventesimo secolo, è ormai relegato alle guerre locali, dove la stupidità è perfino superiore agli interessi. Queste assurgono a livelli più alti solo se la posta in gioco riguarda il futuro delle grandi potenze, che nel frattempo sono cresciute di numero,meglio distribuite sullo scenario mondiale. L’Occidente ha perso il ruolo di motore unico del mondo, è invecchiato e gravato di debiti, ma ha ancora qualche muscolo da esibire e ritiene di poter disporre ancora di un’etica del mondo, alla quale cerca di far conformare anche gli altri. Ma è sempre più difficile.

E per far questo si deve anche ricorrere alla semantica, e così avviene che, sia detto senza ironia, che la guerra possa diventare un intervento umanitario o un sostegno al ripristino della democrazia. Accade pertanto che sia guerra quella condotta da altri, mentre la propria assuma nomi più adeguati al ruolo che si vuole mostrare di ricoprire. Sì, perché dice bene Eschilo: in guerra la prima vittima è la verità. Specie quando si combatte in nome delle verità, in particolare religiosa. C’è sempre un Dio degli eserciti invocato da qualcuno che lo consoce bene,  sebbene l’Essere Supremo  si guardi bene dal parlare con chicchessia. Ma nel suo  nome ci si è sempre mossi contro qualcuno, perfino convinti anche di meritarsi così un qualche paradiso a disposizione, favorendo spesso altri che di paradisi conoscono solo quelli fiscali. Ma l’uomo è così: oscilla sempre tra fede e cinismo, tra ragione e irragionevolezza, tra passione e interessi. Solo che negli ultimi recentissimi secoli è intervenuto qualcosa che ha mutato il modo di ragionare. Qualcosa che qui chiamiamo genericamente democrazia.

L’avvento di questo metodo (molto variegato, in realtà) di governo ha prodotto mutamenti nel modo di considerare la guerra. E’ il caso dell’Italia, che nella Costituzione dichiara di ripudiare la guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali. Tanto è che ormai si considera la pace come la normalità e la guerra come la patologia. Anche se nella storia del mondo questa situazione non si è mai vista: la pace è sempre stata il tempo della vittoria del quale un vincitore ha goduto, prima della successiva guerra. Oggi chiamiamo e definiamo pace il periodo nel quale una guerra si svolge altrove: le chiamiamo guerre regionali, una sorta di decentramento di un tema che non si vuole più mondiale. Anche perché i paesi più ricchi hanno, giustamente e finalmente, compreso che esistono modi più efficienti per accrescere se stessi.

In questo senso davvero “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento della politica, una sua continuazione con altri mezzi”, come scriveva Karl von Klausewitz.,  solo che si tratta di uno strumento che oggi si applica altrove, la guerra da mondiale si è fatta “nimby”, not in my back yard, non nel mio cortile. Perché il processo di comprensione del valore e della convenienza della pace richiede tempo e morti per essere metabolizzato. Basta guardare l’Europa: ha avuto bisogno di due terrificanti guerre mondiali per capire che poteva convenire smettere, nonostante antichi rancori e diversità.

Difficile che questa verità venga accettata là dove si può ancora contare sulle differenze religiose, tribali, etniche per fare ottime guerre di convenienza. Perché per fare la guerra occorre che i “morituri” siano d’accordo. Ci vuole in qualche modo un consenso, l’idea che sia in fondo giusto combattere. Non è una tesi insulsa quella che vede nel dissenso interno una quota non piccola della sconfitta americana in Viet Nam. E anche l’ingresso degli Usa nella seconda guerra mondiale si verificò quando la teoria nimby, allora ancora non si definiva così, saltò a causa dell’attacco a Pearl Harbor: allora restar fuori non sembrò più conveniente, e fu la salvezza dell’Europa.

Ricordiamo che l’uomo è innanzi tutto un “homo oeconomicus”, tende a fare cose razionali che massimizzano la propria convenienza, con una certa tendenza alla amoralità nel perseguire i propri fini, specie se organizzato in nazione, in popolo. Ecco perché gli appelli alla pace hanno nessun effetto: in quelli non è considerata la convenienza di quel momento in favore del combattere. Ci si può scagliare anche contro gli armamenti, ma quelli si vendono perché qualcuno li vuole usare, non certo perché chi li produce spinge a usarli. Le forze armate americane erano abbastanza indietro al momento dell’ingresso in guerra, ma progredirono rapidamente nel corso dei quattro anni successivi (basti pensare al progetto Manhattan), mentre i tedeschi erano al meglio degli armamenti per quell’epoca, perché avevano già in mente di usarli. Ecco perché battersi contro gli armamenti ha un valore simbolico forte ma privo di valore pratico.

Quando si prende un tram o un treno al posto dell’automobile? Quando nel complesso, messi insieme i pro e i contro, si trova più utile prendere un  mezzo collettivo. Così avverrà per l’energia: fintanto che un’altra energia non si mostri, tutto considerato, più conveniente, la passione per i prodotti fossili resterà forte. L’energia nucleare è in bilico perché i suoi rari ma devastanti effetti nocivi tendono a mettere in ombra le sue convenienze puramente energetiche.

Per la guerra è più o meno lo stesso. Non abbiamo avuto nessun problema a fare cinquanta milioni di morti pensando che potesse valerne la pena. Oggi, la principale responsabile di quel massacro, la nazione tedesca di nuovo unificata, svetta sulla scena mondiale senza avere fatto nemmeno una scaramuccia, e indirizza tutta la politica dell’Europa pacificata dopo millenni di guerre. Bisogna che questa convenienza alla pace sia mantenuta in casa e sviluppata altrove. Sono i destini comuni che fanno la pace,  non certo i sentimenti pii.

 

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