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Morte

Firenze – La morte nostra ha in sé una componente molto sgradevole, e facilmente si comprende. Ma quel che infastidisce davvero è che il mondo vada avanti comunque: dovrebbe essere evidente di per sé che con la mia scomparsa il mondo dovrebbe fare pluff e afflosciarsi senza speranza. E invece prosegue. Basti pensare a quella menzogna incautamente ripetuta che dice: “Lascia un vuoto incolmabile”. E invece si colma il vuoto, benissimo si colma. Così la morte porta ai vivi un inganno, la sopravvivenza del morto. Una vera ossessione da quando l’uomo ha cominciato a seppellire se stesso in posizione fetale, una sorta di tentativo di rinascita. I primi millenni dell’umanità sono stati spesi nell’impegno a capire come fregare l’Ade. Tutte le mitologie riportano, per un eroe o una divinità, la morte seguita dalla rinascita. Gli egizi hanno consumato tonnellate di sale natron per prosciugare i corpi che dovevano durare per l’eternità. Sì, ma se uno è morto, che gli importa di un futuro che non c’è?. Per alcuni bisogna aspettare la fine dei tempi. Va be’, ma nel frattempo? E comunque chi mi assicura che arrivi la fine dei tempi? Tutto finisce, quindi anche i tempi vanno a finire, anche se con comodo. Poi in realtà l’attesa in un cassa di zinco non è uguale per tutti. I comuni finiscono negli ossari, ma Napoleone se ne sta in un blocco di granito. Quindi viene smentita “La livella”, con la quale Totò ci voleva spiegare che siamo tutti uguali, dopo. Macché, nemmeno la morte ci pareggia.

Ma ci importa? E’ forse il sonno della morte men duro a seconda dell’urna? Non lo sappiamo. Ci vediamo lì, con  204 ossa senza carne, con i denti che da sorriso si sono fatti ghigno perenne, addobbati nell’abito buono che ha così un aspetto surreale (uno scheletro vestito è almeno buffo, da cattivo film dell’orrore).

 E capita di chiederci: e dopo? Sembra la risposta, a rovescio, che danno gli astrofisici quando si chiede: “Ma che cosa c’era prima del Big Bang?”. Risposta: “Non c’è un prima, perché non c’era il tempo prima”. Così, alla domanda “che cosa c’è dopo?”, sappiamo solo che ci saranno degli altri, dei futuri cadaveri, altre ossa vestite (se fortunate), mentre sul tuo dopo solo illazioni. Né convince che “pulvis es et in pulvem reverteris”, perché nel caso avrebbe più ragione Alan Sorrenti che sosteneva che “noi siamo figli delle stelle”, perché di lì, da quelle fornaci, che in qualche caso devono pure esplodere, che vengono gli atomi che ci costituiscono, quindi semmai “memento homo qui siderum es et in sideris reverteris”. Sta forse qui la consolazione delle ossa? Tornare in qualche miliardo di anni con tutti i nostri atomi nell’universo? Rinascendo altrove, o già nati in un mondo parallelo? Così la divinità sarebbe solo l’ubiquità, con infiniti “me” che continuano a nascere e morire?

C’è sempre la speranza di essere un caso raro di morte apparente e così si resuscita, ma se ti hanno già chiuso nella cassa è un problema, che solo James Bond ha risolto in un film. E se, come probabile, non sei James Bond?

La nostra società si vanta di aver portato la vita media a 80 anni circa: sì è vero, ci si arriva, ma crescono gli acciacchi, perché forse la nostra apoptosi è fissata per circa la metà. Ma noi no, duri e fissati, sono cinquemila anni che cerchiamo almeno di allungare la vita. La potente casta medica sviluppa sempre nuove tecniche e in fondo si gloria di allontanare di qualche metro l’ineluttabile, la fine dei tempi (quelli personali). Per sconfiggere la morte proviamo a estendere l’agonia. Esiste un  mestiere più futile del dottore? Come tutti i mestieri, d’altra parte. Rendiamo la vita migliore a quelli che verranno: un po’ più grassi, un po’ meno sofferenti, un po’ più liberi, e poi tutti a piangere a qualche  funerale per esorcizzare il pianto che non faremo al nostro. Tuttavia i nuovi venuti non pensano di essere beneficiati dall’allungamento dell’attesa di vita, ne vogliono ancora, come bimbi bizzosi. Mentre l’estetica del vivere è nella sua inutilità, nella certezza della fine, nella lotta già certificata con una sconfitta, nella rigorosa morale dell’atto gratuito, la cui conclusione è la composta (quando possibile) esibizione di sé prima della decomposizione.  E la vita futura? Nessuno la garantisce, né alcuno ne riporta traccia. E’ una scommessa, e come tale ha l’alea del rischio, perché di sicuro c’è solo la fine e il ritorno delle nostre molecole all’espansione dell’Universo. In questo c’è però, è giusto dirlo, un che di divino: siamo ciò che fummo e ciò che saremo. Eccolo il nostro modesto infinito, la nostra eternità spazio temporale: l’infinitamente piccolo ci assicura che saremo sempre nell’eternamente grande, magari con la memoria del nostro essere, scritto in un’anima quantica. Una rara possibilità per fede e scienza di toccarsi e tenersi stretti.

Si sta lì, braccia conserte, in genere. L’aria quieta (molto elogiata dagli astanti, anche perché i morti agitati appartengono a un’altra sfera, non quella del funerale), il pianto non prezzolato di prefiche e il pensiero di qualcuno che teme di far tardi a un appuntamento. La vita continua, proprio quando si ferma. In fondo, ammettiamolo, quando si muore ci se ne assume la responsabilità comunque. Nemmeno l’assassino è colpevole, se non come autore di un gesto accuratamente preparato dalla vittima per tutta la sua vita precedente. Perché piangere se poi uno fa la fine che si è cercata? Quindi naturali anche le reazioni un po’ ciniche. E ci sarà pure un senso che proprio quando si può comprendere tutto di tutti, la vita è finita. Quando potresti vedere con occhio panoramico l’animo, e i comportamenti di ognuno, proprio allora non puoi fare niente, ristretto come sei tra tavole di pino o di noce, con manici di ferro o di ottone, bloccato lì senza neppure un grido di soddisfazione per aver scoperto quello che già sapevi, o non sospettavi. Sempre che si sia in grado di farlo. E’ il massimo della saggezza, l’onniscienza impotente.

Tralasciando qui quei patetici tentativi di farsi surgelare, aspettando che la scienza ti riporti in vita con le sue magie del futuro. Se così fosse saremmo metà scienza e metà fenomeni da baraccone, con  lo sguardo dilatato verso cose che non comprendiamo, mentre gli altri, quelli del futuro, saprebbero molto di più di quel che sappiamo noi sul nostro passato. E poi, in che condizioni? No, meglio lasciar stare … un cervello fritto e disgregato che cerca di tornare in vita.

La disgregazione, oltre che un fato, è un obiettivo moderno. Si fanno i cimiteri ben aerati al di sotto per favorirla, così da non ritrovarsi qualche decennio dopo con carni ben avviluppate, sebbene avvizzite, alle summenzionate ossa. Un successo di imbalsamazione senza perizia egizia. E allora è bene far correre l’aria perché aiuti il consumo della materia organica, lasciandoci ben calcificati per occupare poco spazio per il dopo, quando nessuno si ricorderà più di noi. Cerchiamo il prolungamento, ma anche la dissoluzione completa, una specie di principio che recita così: finché si può, ti si aiuta, ma se vai via, sparisci, dopo qualche decennio di rito in attesa, ovviamente. E chi invece si batte per la cremazione, punta all’idea della “purezza del ricordo”, accelerando la riduzione a materia polverosa , pronta a essere riciclata nell’universo.

E tuttavia continuiamo a rifiutare la morte che prima invece ci concedesse una opportunità dopo di sé. Oggi si passano i vent’anni tranquillamene senza avere mai visto un morto, senza che un lutto ci abbia colpiti. E quando questo accade produce un certo stupore e spesso ira: se si muore all’ospedale, anche a cent’anni, si cercano le imperizie dei medici, si pensa al tar per avere la giusta vendetta amministrativa, perché se qualcuno è morto di sicuro c’è stato l’ errore di un vivo. Dimenticandosi che l’errore è nascere. E si perpetua con nuovi mezzi tecnico scientifico giuridici questa battaglia contro la morte. Inutile, stancante da morire.

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