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Nemico

Nella scrittura sacra egiziana c’è un glifo che rappresenta un uomo in ginocchio con le mani legati sul retro. E’ il simbolo del prigioniero che altri non è che un nemico (ovviamente sconfitto). Ma la stessa rappresentazione serve a indicare il termine straniero. Come a dire che lo straniero, di per sé, è un nemico. Ed è stato vero per lunghissimo tempo, per  millenni. Nelle poco accoglienti savane preistoriche, si aggiravano gruppi di umani (o  quasi) alla ricerca quotidiana della sopravvivenza. E ogni fonte che la favorisse andava difesa da altri, che avevano lo stesso obiettivo. E quando questi gruppi si sono fatti più numerosi, e hanno cominciato a insediarsi stabilmente, il problema si è accresciuto: non solo difese occasionali di cibo, ma territori da salvaguardare, usi, culture. E, per garantirsi meglio, si ritenne conveniente invadere le terre altrui per depredarle o sfruttarle.

Quindi nella storia del mondo il nemico è il prodotto naturale della lotta per la sopravvivenza e per il dominio  della specie. In fondo, una cosa normale. Il mondo animale ci offre esempi luminosi di queste battaglie, talora in equilibrio, ma spesso con finale tragico per qualcuno. Ma nell’uomo questo “bisogno” naturale è cambiato nel tempo. Una metamorfosi, ma non totale. Diciamo che al primo modello se ne sono aggiunti altri. Una zebra cerca di sfuggire ai leoni, giusto per non essere divorata. Non cerca di risolvere le controversie tra zebre accusando il leone. E così il ghepardo con la gazzella  o lo gnu col coccodrillo.

Gli uomini no. Per loro il nemico offre svariate sfaccettature. Guardiamo i regimi autoritari. Una delle prime scelte che compiono è identificare un nemico da additare alle genti come causa principale, e forse unica, dei mali passati, presenti e pure futuri. E ognuno addita qualcuno come responsabile di tutto e quindi da abbattere, un po’ come Catone il Censore che ripeteva la celebre frase in fondo a ogni discorso: “Ceterum censeo Cathaginem esse delendam”. Un nemico è una salvaguardia grande in politica: semplifica i concetti, si presta alla propaganda popolare, parla alla pancia e non al cervello, è sempre disponibile a ogni ora e in ogni occasione, identifica immediatamente il colpevole. Non solo, ma offre una identità. Pensiamo alla Guerra Fredda: ciascuno sapeva chi fosse il nemico da temere e sconfiggere, dove era il bene e dove il male. La caduta del Muro ha complicato l’esistenza, ha obbligato a fare almeno qualche ragionamento più complesso. Ha tolto semplicità al vivere politico internazionale. E anche interno. Prendiamo quest’ultimo caso. L’Italia, dopo anni che il comunismo era stato sconfitto (soprattutto da se stesso), ha vissuto decenni nei quali il comunismo era il nemico invisibile da combattere. E si è vista una quantità incredibile di anticomunisti come non si erano visti quando il comunismo c’era davvero. Ed ha funzionato bene. Ciascuno poteva sentirsi un combattente di coraggio nella lotta a un nemico che si era dissolto. Un bell’esempio di identificazione psicotica di successo, sul piano politico e sociale.

Il nemico ci dice chi siamo, anzi chi non siamo: lui, quello là. Se non sono come lui, allora sono io. E poiché non ho colpe, le colpe vere sono sue. Il caso degli ebrei è il migliore di tutti, anche per la durata incredibile di duemila anni. Un nemico a portata di mano. Un ebreo raccontava del modo col quale si può distinguere un antisemita. In mezzo a qualche discorso bisogna inserire la frase: “Tutta colpa degli ebrei e dei postini”. Se qualcuno chiede: “Che c’entrano i postini?”, allora hai trovato chi ha un suo nemico pret a porter.

Questo atteggiamento non è mai diminuito, un po’ ovunque, ma si è intensificato.  Siamo afflitti da scontri feroci in nome di un qualche Dio. C’è sempre qualcuno che sa cosa voglia il Padreterno (comunque lo si chiami): un appassionato anche di bombe, massacri e stupri. Ma chi l’ha detto? E quando? E dove? Anche Urbano secondo, mille anni fa, si fissò con un nemico al grido di “Dio lo vuole”. E ancora paghiamo le conseguenze di quei tour bellici in Terra Santa. Perché è evidente: un nemico che ha anche il bollo di approvazione di Dio è molto meglio accettato, è una garanzia.

Basti pensare come gli eserciti abbiano sempre portato dei religiosi a curare le anime dei soldati e a rassicurarli che appunto Dio fosse con loro. Ma non solo in presenza di entità diverse, ma anche fratricide: come poteva lo stesso Dio stare da due parti opposte che comunque lo adoravano nello stesso modo. Perché la necessità di un nemico supera perfino la coerenza divina. Vincere un nemico glorioso ti rende ancora più glorioso. E’ il sospetto che hanno taluni su Annibale. Parrebbe che lo storico Polibio, per ingraziarsi i parenti di Scipione l’Africano, che aveva sconfitto il cartaginese, abbia gonfiato le sue abilità, la sua grandezza di condottiero (che pure aveva fatto un mucchio di errori) per dimostrare la maggior gloria del vincitore. Senza dimenticare il fascismo che, nelle sue banalità, sapeva individuare concetti grezzi da spacciare al popolo: molti nemici molto onore. Una stupidaggine efficace. Qualcuno, in un lontano passato, tra il mistico e il cannibalesco, ha pure pensato che mangiare il cuore del nemico rafforzasse il coraggio del suo uccisore che digeriva le virtù del divorato.

Un nemico, oltre a offrire identità, dona anche uno scopo, un motivo di vita. Specie a chi non è in grado di procurarselo. Il calcio ne è una dimostrazione efficace. Bande di scalmanati che si battono fisicamente contro sostenitori di una squadra avversaria, facendo veri danni, con veri feriti e veri morti talora.  Non c’è una ragione sensata, né sociale, né economica, né politica, né di conquista territoriale, eppure funziona l’idea stessa del nemico mortale. Il nemico è una assicurazione: certifica che io esisto, e meno ho contezza di me e più mi occorre questo aiuto esterno. E così vale per le bande che si formano in tante parti del mondo, e perfino per i ragazzini nei loro giochi.

Oscar Wilde raccomandava di scegliere con cura i propri nemici. Anzi diceva che lui sceglieva gli amici per la bellezza, le conoscenze per il rango sociale e i nemici per l’intelligenza. Perché il nemico è anche un grande maestro, che non occorre neppure pagare: fa gratis e volentieri il suo lavoro. Ci insegna molto su noi stessi, ci studia con cura, ci parla col cuore anche quando mente. Ci prepara alle difficoltà e alle ingiustizie, ci fa capire come non si debba mai sottovalutare nessuno. In fondo ci rende umili e disposti a imparare.

Quindi non lamentiamoci dei nemici, anche se talora, anzi il più delle volte, non ce li possiamo scegliere. Ci arrivano improvvisi come la grandine, o crescono come la gramigna, senza che nessuno li abbia coltivati. O altre volte ce li procuriamo con zelo e costanza, e ce li facciamo pure durare.

Tuttavia procurarsi tanta gloria, con tanti nemici è faticoso, richiede un impegno defatigante. Odiare qualcuno richiede volontà, operatività, sudore mentale e talora fisico. Passare il tempo a scrutare, immaginare, prevedere, progettare, difendersi, contrattaccare: tutti verbi in netto contrasto con una sana pigrizia dello spirito aggressivo. Non è questione di bontà o di perdono (diceva J.F. Kennedy: “Perdona i tuoi nemici ma ricordati il nome), ma di improba e inutile fatica, di dispendio di energia che può essere più produttiva per altro. Qualcuno ha detto che è inebriante il profumo dei fiori sulla tomba del tuo nemico. Mah… Può darsi, ma ci sono altri posti per annusare i fiori che non in un cimitero.

Si perdoni la citazione  banale. Ma qui si può ricordare la poesia di Totò, La Livella. Lì è spiegato bene come siano inutili gli sforzi pe rendere gloriosi e eterni i nostri gesti. C’è una livella che tutti equipara. Ed è un peccato sprecare la vita, o un minuto in sentimenti come l’astio o il rancore. Ma è pur vero che l’uomo lo fa da sempre. Siamo fatti così. Facciamocene una ragione.

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