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Plebeo e popolare

Firenze – Popolare e plebeo in realtà hanno una radice sanscrita che le rende simili: il primo sta per accalcare, il secondo per mettere insieme. Come dire che la plebe sta un po’ più stretta, in terza classe, mentre il popolo in seconda, e i patrizi e gli aristocratici sono in prima. Nella Roma repubblicana i diritti dei plebei si pareggiarono presto, già intorno al 330 avanti Cristo, a quelli dei patrizi, potendo essi accedere così a tutte le critiche civili e religiose. Ovviamente nei secoli la distanza tra plebei, o anche tra il popolo e l’aristocrazia è stata grande e spesso con gravi effetti. Talora devastanti: i sanculotti furono un esempio, sebbene il loro abbigliamento fosse frutto inizialmente della borghesia arrabbiata con gli aristocratici. Divennero il simbolo della Rivoluzione Francese quando fu proprio la plebe a copiare la “moda”. Tanto che nel calendario repubblicano i cinque giorni da aggiungere ai dodici mesi di 30 giorni furono chiamati “sanculottidi” . Per non parlare della rivoluzione russa che di popolo e plebe abbondava.

In ogni caso questi due termini sono stati lì a significare sempre livelli sociali bassi, specie per la plebe, in cui l’elemento distintivo era la povertà misera,  o la modestia della condizione nel caso del popolo. Anche se questo ultimo termine si è più volte nobilitato indicando spesso una identità nazionale, etnica o religiosa, comunque qualcosa che andasse al di là delle pura essenza economico sociale. Si sono indicati con questa parola anche i componenti di una parrocchia o di un quartiere.

Ma col tempo, specie quello più recente, i due termini hanno dovuto fare i conti con la mutata realtà sociale. In questa, infatti, sono venuti meno i patrizi, gli aristocratici. Quindi anche i termini antitetici si sono trovati sprovvisti di significato: Come si fa a essere plebei se l’aristocratico è sparito, soprattutto nella sostanza? E come essere  popolare se l’elite non c’è? Non è un caso il sopravvento che ha avuto un termine onnicomprensivo come “gente”, un indistinto ammasso umano ben diverso dall’etimo latino di “gens”.

L’essere patrizi, o parte di una elite, non era solo l’appartenenza a un ceto sociale benestante o ricco, bensì una sorta di rappresentazione del poter essere, una aspirazione, quanto meno un modello che, seppure non imitabile, almeno da ammirare.  E in ogni caso lì c’era più cultura, più scienza, più sapienza, più eleganza, più maniera. Il denaro, in qualche modo, fungeva anche da base per un miglioramento personale, senza il quale il solo censo non permetteva l’accesso all’elite. Diciamo che occorreva conoscere l’uso del coltello da pesce, almeno. Il paradosso è che l’avvento della democrazia non ha sviluppato un ansia a salire bensì un felice decadimento di quello che di buono le elite o le aristocrazie avevano. Si è confuso il principio di uguaglianza con quello di omogeneità, e l’eliminazione (apparente) dei privilegi ha preso la forma della banalità come regola. Ha funzionato il principio economico secondo il quale la moneta cattiva scaccia quella buona. Si è prodotta una sottospecie di uguaglianza che afferma che siamo tutti uguali, anche se alcuni sono più fortunati, non certo migliori. E che migliorare è frutto semmai della fortuna, dell’astuzia e comunque un percorso da trovare rapido e indolore, moralmente indifferente e eticamente neutro.

E così i termini come plebeo o popolare hanno dovuto cercarsi un nuovo ruolo. Il primo si è dato una nuova dignità afferendo alla volgarità, alla inconsistenza umana, alla pochezza d’animo. Il secondo ha vestito i panni dell’opposto del plebeo: di massa sì, ma non per questo cialtrone, misero e volgare. Accessibile a tutti, come nell’espressione prezzi popolari.

Tanto più che nessuno si pone il problema di essere di esempio. Mentre gli aristocratici o le elite ponevano insieme l’arroganza e l’esempio (noblesse oblige), la democrazia più recente ha proposto qualcosa di diverso, il concetto “sono come voi”. Così ci si è liberati dalla necessità di essere “migliore”, senza neppure porsi il problema: la volgarità plebea diventa identità di fratellanza, parte del tutto. Di qui anche l’autoassoluzione sistematica grazie al concetto “fanno tutti così”, siamo tutti plebei, qualcuno più ricco, qualcuno più potente, ma uguali. Non si deve dare l’esempio, perché chi dovrebbe darlo lo ha preso dal livello più basso disponibile: la piramide non solo si è rovesciata, ma si è frantumata con le macerie tutte ovviamente in basso e allo stesso livello. E infatti, proprio all’essere plebei, fa da contraltare l’assenza del ridicolo. Stanislaw Lec, acuto polacco autore di magnifici aforismi, sostiene che “nelle società aristocratiche il ridicolo uccide, nelle società democratiche e arriviste il ridicolo è il presupposto della fama”. Il nostro paese ne è un esempio luminoso. Come se la giustizia sociale dovesse passare attraverso la gogna della volgarità, del “semo tutti coatti”.

Paradossalmente un tentativo, disperato, potrebbe puntare sull’idea contemporanea di popolare, qualcosa di accessibile a tutti ma senza volgarità, senza meschinità. Ma non è semplice perché l’idea di uguaglianza al ribasso ha fatto fortuna. La politica, la società, il lavoro sono influenzati da questa percezione con la quale nessuno ha il diritto di indicare a vergogna nulla, perché non ne ha titolo essendo uguale agli altri. Ormai nessuno si difende negando, anzi la difesa si fonda sulla ovvietà dell’atto riprovevole essendo questo connaturato a tutti. Diciamo che potrebbe sembrare essere un atto di onestà, nel suo genere, contro l’ipocrisia che così non sarebbe più il tributo che il vizio paga alla virtù, e la sfacciataggine salirebbe al rango di onestà intellettuale: il mondo alla rovescia guardato con la testa in giù così da sembrare retto.

Quando in una nazione qualcuno può, con l’autorevolezza che gli deriva dalla carica ministeriale, affermare che “con la cultura non si mangia” e quando un deputato americano appartenente ai “tea party” sostiene che bisogna tagliare le spese parassitarie che  “non producono niente come gli insegnanti”, viene in mente la buonanima di Adolf che sosteneva che la “la cultura fa male ai nostri giovani, che devono essere duri come il cuoio e elastici come l’acciaio”. E qui la plebe si fa pericolosa, una plebe che non  si rivolterà per uscire dai suoi meandri infimi, ma che seguirà l’ignoranza e la sceglierà come modello. La plebe è quindi assenza di cultura, anche di quella popolare.

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