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Sesso

Una sentenza  del novembre scorso, della corte suprema portoghese, ha riconosciuto un risarcimento modesto a una signora che aveva ricevuto un danno da intervento chirurgico, a causa del quale non potrà più né avere figli né praticare attività sessuale. Il motivo risiede nell’età della signora, sulla cinquantina: quindi meno propensa al sesso e quindi meritevole di un risarcimento minore.

Chiunque abbia avuto a che fare con la legge, sa che la norma deve essere astratta e generale, ma qui l’astratto si è trasformato in avulso dal contesto sociale. Il che provoca sempre pessime norme e peggiori giudizi. E questo in un continente patria del diritto, fonte di giustizia e di innovazione giuridica.

Questo per dire come sia difficile trattare temi con l’eros, l’amore e il sesso: la banalità è in agguato, spietata. Pronta a colpirti e a divorarti, convinta come è che solo un poeta, e di gran livello, può dare, se non risposte, almeno definizioni e sensazioni. O almeno afflati che creino un’aurea che non sia pura materia. Facciamo un esempio. C’è una bella differenza tra dire: “Ho sempre in mente le tue poppe”, il che è pure magari vero, oppure : “Quando, a occhi chiusi, una calda sera d’autunno,  respiro il profumo del tuo seno ardente,  vedo scorrere rive felici che abbagliano  i fuochi di un sole monotono”. Ma si tratta di Charles Baudelaire. Qualunque siano le poppe. Nel primo caso c’è forse anche amore, che scade nel sesso. Nel secondo non si sa se sia amore, ma certo è eros.

 Difficile che l’amore sia banale, anche quando appare tale. Ha in sé comunque una poesia, declinata magari in forma timida, o passionale, o estatica o in altro modo. Chi la esprime non lo fa con la parola, ma con gli atti, gli sguardi, i gesti, le attenzioni, i pensieri. Si dirà: è vero, ma alla fine il sesso fa capolino. Sì, ma solo come definizione di organi e atti, non come sentimento di chi lo pratica. Diciamo che la differenza tra sesso e amore pare risiedere nell’intenzione più che nell’agire. Che dire allora dell’eros? Un altro esempio: “Eros invincibile, Eros, che sulle tue prede ti abbatti, e sulle tenere guance della fanciulla la notte ti posi, tu che vaghi sul mare e sulle campagne: nessuno ti sfugge, né uomo né dio. E la mente impazzisce. Chi ha l’animo giusto, sai renderlo ingiusto, e lo porti a rovina, sei tu che infiammi la lotta fra uomini legati dal sangue. Ma splendente trionfa negli occhi della bella sposa il desiderio, che siede accanto alle leggi supreme. È il gioco ridente di  Afrodite divina”. E questa è di Sofocle nell’Antigone. Perché un tempo Eros non era neppure in dio, ma solo l’attrazione irresistibile, quella che non è solo sesso, ma un turbamento del corpo, della mente e dell’anima. Tanto che più leggende vi sono sulla sua nascita. Figlio di Venere e di Apollo, o di Giove e di Venere, oppure (geniale) di Penia (la mancanza) e di Poros (l’astuzia), a significare quanto sanno ingegnarsi coloro che sono attratti reciprocamente pur di soddisfare il desiderio. Anche se più immaginifica appare la nascita dall’Arcobaleno e il vento dell’Ovest.

Il sesso può essere freddo, ripetitivo, banale, rozzo, violento. L’eros ha bisogno di rinnovamento: richiede desiderio, scontro, allegria, lacrime, fratture  e riconciliazioni, immaginario, fame perenne. E’ il problema insito nella pornografia e già nel suo nome stesso, che significa scrivere di prostituzione: è un rincorrersi di atti eternamente identici a se stessi, che si tenta di variare mutando le situazioni e i contesti, perché l’atto in sé è immutabile. E infatti stanca, annoia e richiede sempre una continua novità materiale, non essendoci la fantasia creatrice a tenere sveglia la passione. Molto del trambusto linguistico è dovuto alla confusione tra aggettivi dissimili, come sessuale e erotico. Il primo di solida materia, il secondo di pensiero inquieto. Il primo non può che essere come è: nascere da certi organi e ripetersi per quello che sa fare.  L’eros può essere scatenato da un gesto, da uno sguardo, da un canto, da una musica, da una immagine, da un pensiero, da un litigio, da una parola, da una nostalgia, da una situazione, da qualsiasi elemento che contenga del pathos, una percezione che scuota l’anima e la fantasia.

Ecco perché i poeti si sono sempre scatenati sul tema, non perché riguarda molti (anche il mal di denti è sempre stato ben diffuso), bensì per la forza evocativa. Ecco perché banalmente si è dato alle tempeste nomi di donna, o Omero ha attribuito alla vicenda di Elena la guerra di Troia (che ben altre ragioni aveva), o perché l’ira di Achille si sia scatenata allorquando Agamennone gli sottrasse Briseide. In queste vicende non c’è solo sesso, c’è tutto il resto: l’amore, la passione, l’eros che a loro volta comportano l’orgoglio, la vendetta, l’ira, il tradimento, tutto l’armamentario che differenzia l’essere umano dalle belve. Sbagliato dire di un uomo: sembra una belva. Le belve sono come sono, fanno quello che sanno e come lo sanno, giusto per sopravvivere, loro e la loro specie. L’uomo no, sa mutare d’incanto quando la sua anima è ferita nei luoghi più delicati e irrazionali, dove appunto allignano l’eros e l’amore.

Ecco perché poi il corpo delle donne continua a essere violato, nonostante i millenni trascorsi. Perché il sesso è semplice, non richiede né pensiero, né sentimento e perciò può essere violento e non gradito. Perché offre una illusoria sensazione di potenza, lì per celare una incapacità, una Penia senza Poros, un vuoto incolmabile. E per tanti è piacevole trasformare in dolore ciò che dovrebbe essere piacere: per punire gli altri di quel che non tocca a se stessi. Si è mai visto uno veramente felice di sé far male agli altri? Difficile, molto difficile.

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