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Creare lavoro, ecco l’obiettivo del 2014 Economia, Opinion leader

La fine dell’anno e i primi giorni dell’anno nuovo sono il momento degli Auguri. Auguri per il nuovo anno e, si aggiunge con sempre maggiore trepidazione, speriamo che sia migliore di quello che si è appena chiuso. La ripresa forte e duratura  tarda a venire e , specialmente in Italia, si continua a subire previsioni che stanno decisamente sotto l’1%. Quando va bene.

La situazione continua ad essere particolarmente critica. Non passa giorno che un’azienda di media importanza non sia costretta a mettere i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità e che non sia in grado di lasciar intravedere quando arriverà il momento della ripresa. Sempre più si parla del se questo momento ci sarà piuttosto del quando. Ed intanto la disoccupazione cresce ed è arrivata oramai a livelli insostenibili. Quasi tre milioni di persone sono senza lavoro portando il tasso di disoccupazione molto al di sopra dell’11% della forza lavoro con una punta oramai inaccettabile, intorno al 40%, per la componente giovanile.

Tre milioni di persone sono tante. Basta pensare, solo per dare un valore di riferimento, che se almeno due milioni e 100  fossero al lavoro (lasciando circa 900 mila disoccupati “frizionali”, cioè fra il 3% e il 4%  di tasso di disoccupazione ) con una guadagno medio di 25 mila euro a testa e un valore di pil di circa 50 mila euro a lavoratore (molto meno della media che è di 65 mila euro) si potrebbero produrre 53 miliardi di redditi da lavoro in più e un pil di circa 105 miliardi di euro in più. E quindi circa 50/55 miliardi in più di entrate per lo stato.  Cioè se si raggiungesse una plausibile piena occupazione, senza considerare i possibili effetti moltiplicativi sull’economia che farebbero sicuramente accrescere il contributo economico generale,  lo stato potrebbe incamerare una buona parte dei circa 80 milioni di interessi passivi sul debito che tengono sotto pressione il paese nel sistema finanziario internazionale.  E, in seguito ad un probabile abbassamento dello spread del tasso di interesse del debito pubblico nei confronti della Germania, questi interessi potrebbero addirittura essere pagati completamente dall’incremento di entrate dovute al raggiungimento, nel giro di pochi anni,  del pil di pieno impiego.

Quindi al di là dell’attenzione alle stime di crescita che si spostano di pochi centesimi di punto da una previsione all’altra, rispetto a momenti diversi e rispetto ad Istituzioni di ricerca diverse , la vera domanda che si dovrebbe porre il paese, assieme all’Europa che oramai è il punto di riferimento per  una seria e non velleitaria politica di sviluppo, è se in Europa si può puntare ad una politica di piena occupazione o se pure, assumendo il punto di vista dei monetaristi, il vero tasso naturale di disoccupazione connaturato al sistema così come si è configurato, non può scendere di molto dai livelli attualmente registrati.  Perché al di là delle discussioni retoriche sullo sviluppo e sulla necessità di puntare al lavoro prima di tutto è oramai da un tempo interminabile che in Europa non si fanno politiche per la piena occupazione e si accetta, appunto con una sorta di interpretazione “naturalistica”, che il tasso di disoccupazione stia stabile su livelli significativi o addirittura crescente su livelli un tempo considerati inaccettabili dai Governi.

Il problema del debito elevato dei sistemi economici nel Mondo non è un problema eludibile. E questo diventa addirittura primario, come elemento di criticità, in paesi come l’Italia che hanno un debito pubblico elevato pur a fronte di un debito privato più limitato. Occorre rientrare da questo livello di debito. E il metodo finora seguito, tendente a ridare efficienza al sistema pubblico ed efficienza e competitività al sistema privato, pur se amaro e indigesto per molti, non è aggirabile. Le inefficienze dei sistemi e delle imprese pagate dal debito pubblico e privato non sono più accettabili. E’ finita un’epoca e non prenderne atto potrebbe essere controproducente proprio per chi si pone obiettivi di sviluppo e di crescita della produzione e dell’occupazione.

Ma lo strumento dell’efficienza e del rientro dal debito non può essere caricato tutto sulle spalle del “riequilibrio interno” dei sistemi. Occorre affiancare a questa via anche la via della crescita e dello sviluppo come fattore di creazione di nuova ricchezza e di surplus da dedicare alla ricerca di nuovi, più efficienti, equilibri. E allora, come abbiamo cercato di dimostrare con i pochi numeri proposti precedentemente, occorre puntare sull’uso della crescita e sul raggiungimento della piena occupazione per sostenere una via, anche socialmente più accettabile, di recupero di efficienza e di rientro dal debito. Quindi non la negazione del problema del debito, ma l’affermazione che puntare solo su una “via interna “ per la sua soluzione rischia di essere socialmente dirompente e, alla fine, inadeguato al raggiungimento di un risultato stabile e duraturo.

Ma il sistema economico italiano può crescere e svilupparsi su una linea di piena occupazione?  Molti lo negano. E ritengono che la scelta della “via interna”, pur amara, sia l’unica possibile per tenere sotto controllo i conti italiani. E difficile però spiegare che per l’Italia sia difficile raggiungere un livello di pil che stava nel “trend normale” della crescita dell’ultimo ventennio, interrotto bruscamente dalla crisi finanziaria esplosa negli ultimi cinque anni (il famoso periodo nero del 2008-2013). E quindi 100/150 miliardi in più di produzione sono possibili, pur a fronte , e in qualche caso grazie,  ai  necessari processi di ristrutturazione aziendale del sistema pubblico e privato, e non sono da considerare come un obiettivo inavvicinabile. Come dimostrano i dati sull’esport delle principali regioni italiane, fra cui in testa la Toscana, il sistema produttivo riesce a mantenere una buona esposizione sui mercati esteri. E questo è un segnale di vitalità delle imprese. E dimostra che pur sotto la brace della crisi da domanda il sistema di offerta è ancora vitale. E allora occorre non lasciarlo solo. E ci sono solo due politiche da intraprendere.

La prima è quella del rilancio dei consumi interni. Con un recupero di serenità delle famiglie, con la ripresa degli avviamenti al lavoro e di stabilità del posto per chi ce l’ha, con la fine delle fibrillazioni continue su tagli, riforme e decurtazioni del sistema pensionistico di chi già c’è e di chi dovrà andare nei prossimi anni. Non riprenderanno i consumi fino a che le famiglie non avranno un sereno convincimento che il loro reddito disponibile per l’oggi e per il futuro non sarà sottoposto a continue incertezze e revisioni rispetto ad una “normalità di medio lungo periodo”.

La seconda è quella del rilancio degli investimenti pubblici. Rispetto ad anni non troppo lontani mancano oggi all’appello oltre dieci miliardi di euro di investimenti pubblici. Quindi non livelli al di fuori della portata del sistema tecnico e burocratico pubblico ma livelli già sperimentati in anni più favorevoli. E quindi fattibili, ancora meglio se accompagnati da riforme tese ad accelerare e rendere più tempestivi gli interventi. Con meno burocrazia, meno regole ambientali inutili e con meno accavallamento di competenze.  Dieci milioni di investimenti pubblici aggiuntivi (da continuare secondo un piano per una diecina di anni) rappresenterebbero un piccolo sforamento del debito se si pensa che a fronte di una creazione per effetti moltiplicativi di circa 12 milioni di pil quasi 6 ritornerebbero allo stato sotto forma di entrate fiscali.  E potrebbero portare, oltre che un contributo iniziale alla ripresa, un miglioramento in tanti campi del sistema pubblico: mezzi nuovi per il trasporto pubblico locale, interventi per il rischio idrogeologico,  miglioramento delle infrastrutture idriche e del trattamento dei reflui, bonifiche e recupero di aree ex- industriali, interventi per la messa in sicurezza sismica, social housing, interventi sul recupero e la riqualificazione delle città, nuova mobilità sostenibile nelle città, sistemi energetici sostenibili etc.

Insomma se non si accompagna ad una politica del rientro dal debito una politica di crescita e di sviluppo anche il 2014 rischia di essere una cattivo anno. E più che altro rischia di aumentare la crisi sociale e le ondate di ribellismo e di critica all’’Europa che intaccano la coesione del paese e il rilancio, sempre più necessario,  del disegno europeo.  Fra pochi mesi ci saranno le elezioni europee. Non sarebbe un bel 2014 se il parlamento europeo si riempisse di liste e movimenti capaci solo di esprimere una cultura del no. Allora si che diventerebbe tutto più difficile. Se ci sei “cuore di Europa”, batti un colpo.

 

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Creare lavoro, ecco l’obiettivo del 2014 Economia

La fine dell’anno e i primi giorni dell’anno nuovo sono il momento degli Auguri. Auguri per il nuovo anno e, si aggiunge con sempre maggiore trepidazione, speriamo che sia migliore di quello che si è appena chiuso. La ripresa forte e duratura  tarda a venire e , specialmente in Italia, si continua a subire previsioni che stanno decisamente sotto l’1%. Quando va bene.

La situazione continua ad essere particolarmente critica. Non passa giorno che un’azienda di media importanza non sia costretta a mettere i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità e che non sia in grado di lasciar intravedere quando arriverà il momento della ripresa. Sempre più si parla del se questo momento ci sarà piuttosto del quando. Ed intanto la disoccupazione cresce ed è arrivata oramai a livelli insostenibili. Quasi tre milioni di persone sono senza lavoro portando il tasso di disoccupazione molto al di sopra dell’11% della forza lavoro con una punta oramai inaccettabile, intorno al 40%, per la componente giovanile.

Tre milioni di persone sono tante. Basta pensare, solo per dare un valore di riferimento, che se almeno due milioni e 100  fossero al lavoro (lasciando circa 900 mila disoccupati “frizionali”, cioè fra il 3% e il 4%  di tasso di disoccupazione ) con una guadagno medio di 25 mila euro a testa e un valore di pil di circa 50 mila euro a lavoratore (molto meno della media che è di 65 mila euro) si potrebbero produrre 53 miliardi di redditi da lavoro in più e un pil di circa 105 miliardi di euro in più. E quindi circa 50/55 miliardi in più di entrate per lo stato.  Cioè se si raggiungesse una plausibile piena occupazione, senza considerare i possibili effetti moltiplicativi sull’economia che farebbero sicuramente accrescere il contributo economico generale,  lo stato potrebbe incamerare una buona parte dei circa 80 milioni di interessi passivi sul debito che tengono sotto pressione il paese nel sistema finanziario internazionale.  E, in seguito ad un probabile abbassamento dello spread del tasso di interesse del debito pubblico nei confronti della Germania, questi interessi potrebbero addirittura essere pagati completamente dall’incremento di entrate dovute al raggiungimento, nel giro di pochi anni,  del pil di pieno impiego.

Quindi al di là dell’attenzione alle stime di crescita che si spostano di pochi centesimi di punto da una previsione all’altra, rispetto a momenti diversi e rispetto ad Istituzioni di ricerca diverse , la vera domanda che si dovrebbe porre il paese, assieme all’Europa che oramai è il punto di riferimento per  una seria e non velleitaria politica di sviluppo, è se in Europa si può puntare ad una politica di piena occupazione o se pure, assumendo il punto di vista dei monetaristi, il vero tasso naturale di disoccupazione connaturato al sistema così come si è configurato, non può scendere di molto dai livelli attualmente registrati.  Perché al di là delle discussioni retoriche sullo sviluppo e sulla necessità di puntare al lavoro prima di tutto è oramai da un tempo interminabile che in Europa non si fanno politiche per la piena occupazione e si accetta, appunto con una sorta di interpretazione “naturalistica”, che il tasso di disoccupazione stia stabile su livelli significativi o addirittura crescente su livelli un tempo considerati inaccettabili dai Governi.

Il problema del debito elevato dei sistemi economici nel Mondo non è un problema eludibile. E questo diventa addirittura primario, come elemento di criticità, in paesi come l’Italia che hanno un debito pubblico elevato pur a fronte di un debito privato più limitato. Occorre rientrare da questo livello di debito. E il metodo finora seguito, tendente a ridare efficienza al sistema pubblico ed efficienza e competitività al sistema privato, pur se amaro e indigesto per molti, non è aggirabile. Le inefficienze dei sistemi e delle imprese pagate dal debito pubblico e privato non sono più accettabili. E’ finita un’epoca e non prenderne atto potrebbe essere controproducente proprio per chi si pone obiettivi di sviluppo e di crescita della produzione e dell’occupazione.

Ma lo strumento dell’efficienza e del rientro dal debito non può essere caricato tutto sulle spalle del “riequilibrio interno” dei sistemi. Occorre affiancare a questa via anche la via della crescita e dello sviluppo come fattore di creazione di nuova ricchezza e di surplus da dedicare alla ricerca di nuovi, più efficienti, equilibri. E allora, come abbiamo cercato di dimostrare con i pochi numeri proposti precedentemente, occorre puntare sull’uso della crescita e sul raggiungimento della piena occupazione per sostenere una via, anche socialmente più accettabile, di recupero di efficienza e di rientro dal debito. Quindi non la negazione del problema del debito, ma l’affermazione che puntare solo su una “via interna “ per la sua soluzione rischia di essere socialmente dirompente e, alla fine, inadeguato al raggiungimento di un risultato stabile e duraturo.

Ma il sistema economico italiano può crescere e svilupparsi su una linea di piena occupazione?  Molti lo negano. E ritengono che la scelta della “via interna”, pur amara, sia l’unica possibile per tenere sotto controllo i conti italiani. E difficile però spiegare che per l’Italia sia difficile raggiungere un livello di pil che stava nel “trend normale” della crescita dell’ultimo ventennio, interrotto bruscamente dalla crisi finanziaria esplosa negli ultimi cinque anni (il famoso periodo nero del 2008-2013). E quindi 100/150 miliardi in più di produzione sono possibili, pur a fronte , e in qualche caso grazie,  ai  necessari processi di ristrutturazione aziendale del sistema pubblico e privato, e non sono da considerare come un obiettivo inavvicinabile. Come dimostrano i dati sull’esport delle principali regioni italiane, fra cui in testa la Toscana, il sistema produttivo riesce a mantenere una buona esposizione sui mercati esteri. E questo è un segnale di vitalità delle imprese. E dimostra che pur sotto la brace della crisi da domanda il sistema di offerta è ancora vitale. E allora occorre non lasciarlo solo. E ci sono solo due politiche da intraprendere.

La prima è quella del rilancio dei consumi interni. Con un recupero di serenità delle famiglie, con la ripresa degli avviamenti al lavoro e di stabilità del posto per chi ce l’ha, con la fine delle fibrillazioni continue su tagli, riforme e decurtazioni del sistema pensionistico di chi già c’è e di chi dovrà andare nei prossimi anni. Non riprenderanno i consumi fino a che le famiglie non avranno un sereno convincimento che il loro reddito disponibile per l’oggi e per il futuro non sarà sottoposto a continue incertezze e revisioni rispetto ad una “normalità di medio lungo periodo”.

La seconda è quella del rilancio degli investimenti pubblici. Rispetto ad anni non troppo lontani mancano oggi all’appello oltre dieci miliardi di euro di investimenti pubblici. Quindi non livelli al di fuori della portata del sistema tecnico e burocratico pubblico ma livelli già sperimentati in anni più favorevoli. E quindi fattibili, ancora meglio se accompagnati da riforme tese ad accelerare e rendere più tempestivi gli interventi. Con meno burocrazia, meno regole ambientali inutili e con meno accavallamento di competenze.  Dieci milioni di investimenti pubblici aggiuntivi (da continuare secondo un piano per una diecina di anni) rappresenterebbero un piccolo sforamento del debito se si pensa che a fronte di una creazione per effetti moltiplicativi di circa 12 milioni di pil quasi 6 ritornerebbero allo stato sotto forma di entrate fiscali.  E potrebbero portare, oltre che un contributo iniziale alla ripresa, un miglioramento in tanti campi del sistema pubblico: mezzi nuovi per il trasporto pubblico locale, interventi per il rischio idrogeologico,  miglioramento delle infrastrutture idriche e del trattamento dei reflui, bonifiche e recupero di aree ex- industriali, interventi per la messa in sicurezza sismica, social housing, interventi sul recupero e la riqualificazione delle città, nuova mobilità sostenibile nelle città, sistemi energetici sostenibili etc.

Insomma se non si accompagna ad una politica del rientro dal debito una politica di crescita e di sviluppo anche il 2014 rischia di essere una cattivo anno. E più che altro rischia di aumentare la crisi sociale e le ondate di ribellismo e di critica all’’Europa che intaccano la coesione del paese e il rilancio, sempre più necessario,  del disegno europeo.  Fra pochi mesi ci saranno le elezioni europee. Non sarebbe un bel 2014 se il parlamento europeo si riempisse di liste e movimenti capaci solo di esprimere una cultura del no. Allora si che diventerebbe tutto più difficile. Se ci sei “cuore di Europa”, batti un colpo.

Foto: http://money.wired.it/finanza/2012/12/14/previsioni-economia-italia-2013-343456.html

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