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A Prato grande mostra sul Seicento napoletano (con sorpresa) Cultura

Prato – Arriva negli spazi del Museo di Palazzo Pretorio di Prato una mostra che propone alcuni capolavori di un periodo magnifico di artisti e opere rimasto quasi sconosciuto al grande pubblico.

L’esposizione “DOPO CARAVAGGIO. il seicento napoletano nelle collezioni di palazzo pretorio e della Fondazione De Vito” è il frutto della collaborazione fra il Museo, che detiene diverse opere e la  Fondazione, che conserva la collezione che Giuseppe De Vito, conoscitore e studioso del Seicento napoletano, ha messo insieme nel corso della sua vita (è morto a Firenze nel 2015).

Il frutto del “colloquio fra pubblico e privato” ha detto il sindaco Matteo Biffoni nel corso della presentazione della mostra che sarà aperta dal 14 dicembre 2019 fino al 13 aprile 2020.

Allestita a  cura di Rita Iacopino, direttrice scientifica del Museo di Palazzo Pretorio, e Nadia Bastogi, direttrice scientifica della Fondazione De Vito , la mostra offre diversi motivi di interesse. In primo luogo la fruizione di opere come il Noli me tangere del maestro napoletano Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello,  la grande tela di Mattia Preti con il Ripudio di Agar e il  Buon samaritano di Nicola Malinconico (a Palazzo Pretorio).

Oppure dipinti significativi della collezione De Vito di autori quali Giovan Battista Caracciolo, detto Battistello, Jusepe de Ribera, il Maestro dell’Annuncio ai pastori, Giovanni Ricca, Francesco Fracanzano, Massimo Stanzione, Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro, Antonio De Bellis, Giovanni Battista Spinelli, Paolo Finoglio, Pacecco De Rosa, Carlo Coppola, Domenico Gargiulo, Nunzio Rossi, Luca Giordano, Mattia Preti, insieme a quelli degli specialisti nei generi della battaglia come Aniello Falcone e Andrea De Lione, e della natura morta quali Luca Forte, Giuseppe e Giovanni Battista Recco, Giuseppe e Giovanni Battista Ruoppolo, Paolo Porpora.

Tali opere, oltre a rappresentare esempi di un collezionismo già in antico attento agli esiti più aggiornati della pittura del Seicento, tracciano una sequenza cronologica che va dagli inizi del naturalismo, determinato dalla presenza a Napoli di Caravaggio tra il 1606 e il 1607 e poi tra il 1609 e il 1610, agli ultimi esiti della pittura della fine del secolo sulla scia di Luca Giordano.

Un secondo motivo di interesse della mostra nasce dalla ricostruzione delle vicende storiche, e dell’interesse del collezionismo pratese per la pittura napoletana. Solo un aspetto della vocazione della borghesia pratese per il collezionismo di opere d’arte di alta qualità in ogni periodo storico.

C’è infine anche un vera  e propria primizia. Uno degli artisti, Jusepe de Ribera, spagnolo attivo a Napoli dalla metà del secondo decennio, fu senz’altro la figura determinante per lo sviluppo del filone più integrale del naturalistico caravaggesco in ambito partenopeo; a capo di una bottega a cui fecero riferimento numerosi artisti e collaboratori, egli fu interprete di alcuni temi che avranno particolare fortuna, come quelli delle serie con mezze figure di santi e di filosofi, o allegoriche dei cinque sensi, svolte con una spiccata vena realistica.

Del Ribera si espone il dipinto di Collezione De Vito raffigurante Sant’Antonio abate, a mezzo busto, opera poco nota e fra le più importanti della collezione; sicuro autografo del maestro grazie alla firma e alla data 1638 presenti sulla tela, essa mostra il suo icastico naturalismo espressivo nell’efficace descrizione del volto senile, ma già ne rivela anche la svolta degli anni trenta verso un maggior pittoricismo.

La sorpresa viene da un’opera che era data per perduta. Le raccolte di Palazzo Pretorio conservano un dipinto seicentesco con Giacobbe e il gregge di Labano, che replica, anche nelle dimensioni, la famosa tela dipinta dallo spagnolo per l’Escorial di Madrid. Giuntoci in pessimo stato di conservazione al punto che in passato era stato giudicato “non restaurabile”, esso è attualmente oggetto di un complesso restauro da parte dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, che è stato presentato oggi alla stampa.

Con le nuove tecnologie di indagine, i restauratori dell’Opificio sono riusciti a stabilire che sotto uno strato nero di vernici, polveri e altre sostanze i colori del dipinto sono visibili e recuperabili. Data la lunga e complessa opera di restauro, sarà esposto dopo la fine della mostra, che comunque offrirà ai visitatori un video delle varie fasi del recupero.

L’esito del restauro renderà inoltre possibile una corretta lettura dell’opera e della sua autografia, da individuare, presumibilmente, se non nel maestro, in un collaboratore del suo stretto ambito.

Foto: Museo di Palazzo Pretorio: Battistello Caracciolo Noli me tangere 1618 olio su tela

 

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