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Abrogazione del Cnel: “Il difficile è capire i motivi” Politica

Per stessa ammissione del premier Matteo Renzi, il peso dell'organo previsto dall'art.99 della Costituzione italiana sulle casse dello Stato è minimo: intorno allo 0,003%, secondo quanto ragguaglia il consigliere Paolo Tesi, raggiunto da Stamp. La mole di lavoro è tanta: pareri, documenti, rilevazione e analisi dei dati, osservzioni, proposte e pareri. A chi? al Parlamento, al governo, agli enti locali. E, per quanto riguarda l'iniziativa legislativa che la stessa carta costituzionale gli riconosce, il consigliere Tesi precisa: “E' una possibilità che non è nei suoi compiti principali, l'attività legislativa spetta al Parlamento. Le attività principali del Cnel sono i documenti di osservazioni e proposte sui temi del lavoro e della economia. Il suo ruolo più autentico nasce da un lato, dalla ratio secondo cui volle essere messo in atto dall'assemblea costituente,vale a dire uno spazio di confronto continuo fra le forze sociali, dall'altro quello di ricerca, analisi, pareri. E vi assicuro che pareri, osservazioni e dati sono stati utilizzati nella maggior parte delle attività poste in essere da assemblea legislativa, governo e enti locali”.

Insomma, parrebbe proprio che questo “organo di rilevanza Costituzionale”, come è Cnel, abbia dalla sua alcune carte difficilmente contestabili. E soprattutto, se il costo per le casse statali è veramente minimo, e il “prodotto” è di riferimento per buona parte dei soggetti che si interessano e gestiscono l'economia e il lavoro di questo paese, a chi interessa“farlo fuori”? Giriamo la domanda direttamente a Paolo Tesi, consigliere del Cnel, esponente di spicco della Cisl, che acconsente a incontrare Stamptoscana.

Per capire davvero la dinamica dell'organo, e quindi dare una risposta alla sua domanda, dobbiamo partire dalle motivazioni che spinsero i padri costituenti a mettere nella Costituzione un organo di questo genere. Innanzitutto,guardiamo alla composizione di oggi: 64 membri più il presidente, rappresentanti delle parti sociali del Paese. Una scelta che fu dettata in parte dall'uscita che si stava compiendo in quegli anni dal regime fascista, che aveva messo in piedi l'esperienza rivelatasi fallimentare delle corporazioni; dall'altra, dalla convinzione che fosse necessario, al di là del turno elettorale, uno spazio in cui il confronto fra le parti sociali potesse essere svolto quotidianamente, nella convinzione che confronto e dibattito siano imprescindibili dalla democrazia. Ciò significava anche aver chiaro che l'esercizio democratico non può risolversi nella semplice chiamata elettorale, ma deve prevedere una serie di corpi intermedi in cui il confronto e il dibattito siano possibili e garantiti dalle stesse istituzioni. Uno spazio che valorizzi, insomma, il confronto permanente delle parti sociali, esse stesse "sale" dell'esercizio democratico”.

Ma ai nostri tempi quanto è ancora attuale questa logica?
“Torna attuale nel momento in cui il concetto stesso di concertazione viene respinto o subisce un processo di svilimento. Mi spiego: negli anni 70-80-90 la concertazione aveva preso a essere il canale di confronto più diffuso. Con il superamento di questo mezzo in anni a noi più vicini, cresce di converso il ruolo degli spazi “intermedi”. Dibattito e confronto fra le parti sociali dove si spostano? Il Cnel è la naturale rappresentazione di questa necessità democratica di avere un tavolo comune a più interlocutori della società. Se viene meno questo, si va fatalmente verso una democrazia in cui si privilegia e si mantiene come unico momento partecipativo il turno elettorale. E si va verso un sistema che non mi trova d'accordo”.

Nella vulgata comune, i punti di “attacco” al Cnel risiedono nel costo e nell'inutilità. Ci vuol parlare di questo?
“Sgombriamo subito il tavolo dal primo punto. Il costo con cui quest'organo grava sullo Stato è pari allo 0,03%. Di questa frazione, quasi il 60 % è attribuibile a costi fissi: i salari dei dipendenti e la manutenzione dell'immobile fisico. Costi che rimangono anche nell'ipotesi in cui si abroghi il Cnel: la sede fisica e i dipendenti, che non potranno essere messi in strada (anzi si disperde un patrimonio di professionalità e competenza difficilmente recuperabile). Dunque, il costo è effettivamente molto contenuto. Per quanto riguarda l'utilità o meno, sottolineo ancora una volta che il Cnel si è guadagnato un ruolo molto importante di Osservatorio privilegiato del mondo del lavoro e dell'economia, che, fra parentesi, sono “affari suoi”, nel senso che rispettano i motivi per cui l'organo è nato. In quest'ambito, come esemplificato, il ruolo che si è guadagnato il Cnel è di punto di riferimento e sede privilegiata per chiedere pareri e osservazioni competenti che aiutano Parlamento, governo e enti locali, ad esempio, a costruire disegni di legge e normative. Non solo: anche a comprendere la realtà di questo Paese e a intervenire. Per uscire dall'astrazione e approdare al concreto, prendiamo un documento importante come il Def, acronimo per Documento di programmazione economica e finanziaria, che rappresenta il principale strumento di programmazione del bilancio e della finanza pubblica nel medio periodo: nel Def , fra le altre cose, vengono aggiornati gli obiettivi programmatici per gli interventi da fare nel breve e medio periodo, comprese eventuali coperture e introduzione di nuove imposte per rientrare nel bilancio previsto. Il Cnel prende il Def e attraverso il dibattito e il confronto interni produce documenti concordati che invia a Parlamento e governo. Inoltre, i settori di studio e analisi su cui si concretizza l'attività del Cnel sono molteplici: dall'immigrazione, al mercato del lavoro, fino all'infiltrazione delle cosche nel mondo della produzione e della economia, solo per citarne alcuni fra i più importanti e dove il Cnel è punto di riferimento”.

E dunque, a chi giova un suo eventuale “depennamento”?
"Ribadisco il concetto: la scomparsa di un organo come il Cnel  è una perdita che lascia zoppicante la democrazia e apre la strada all'annullamento del confronto con le parti sociali da parte del governo. Ma proviamo invece a rispondere all'osservazione con una proposta: quella avanzata dai sindacati confederali, che chiede al premier di ripensare il ruolo del Cnel, riaggiornandolo e mettendolo al passo con i tempi. Magari eliminando del tutto anche i costi, pur minimi, per lo Stato. Insomma, l'abrogazione dell'art.99 della costituzione messo assieme alle modifiche del Senato non mi piace, con queste modifiche si restringono gli spazi di democrazia”.

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