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Ad averne di Saviano! Rubriche

Non piace alla Camorra, alla Mafia, al clan dei casalesi e compagnia delinquendo e fin qui niente di strano, anzi: avere questo genere di nemici non può che essere motivo d’orgoglio. Ma sui giornali, ma anche fra la gente comune, fioriscono come funghi coloro che dicono che “Saviano è un furbo, che ci marcia, che per lui è un business molto ma molto redditizio”. Non mancano coloro che suggerendo un pensiero più raffinato (suggerendolo, non facendolo) avanzano la tesi che “non se ne può più di questo “santino” del bene e della legalità; finchè la gente avrà bisogno di beatificare qualcuno, di farne un eroe, saremo sempre troppo lontani da una volontà davvero democratica”. C’è perfino chi, soprattutto uomini, non buttano giù il fatto che possa anche essere considerato bello, o addirittura sexy, da diverse donne. Né manca chi si chiede perché mai l’incolumità di Saviano debba essere garantita da una scorta che paghiamo noi. Dopo la tre giorni di “Quello che (non) ho” andata in onda sulla 7 anche su Facebook gente “di un certo tipo”, insomma quelli intelligenti che mai, dico mai, condividerebbero un pensiero con la massa, si sono scatenati: “Che noia! Quanta retorica cosiddetta di sinistra, quanto buonismo mieloso” a cui seguono analisi chic su come non ci sia più una “vera sinistra” che se ci fosse se ne sarebbero accorti subito. Sono coloro che, senza che nessuno glielo abbia chiesto, si ergono a esaminatori di tutto: di Tizio e di Caio, di Fabio Fazio (“troppo lecchino”) e di Marco Paolini, di Gad Lerner e di Marco Travaglio, di Michele Santoro e di Corrado Formigli, di Lucia Annunziata e di Enrico Mentana. Inutile dire che sono tutti bocciati, chi più chi meno ma bocciati. Per loro si salva solo chi non si vede più, come Luttazzi (“lui si che andava giù duro! E infatti mica lo mandano in tv!), sono gli stessi che dicono sempre, di qualunque cosa si parli, che “la questione è un’altra”. Secondo me invece la questione è proprio questa: relativizzare. In un panorama televisivo zeppo di prove del cuoco e similaria, di “Amici” e di “Uomini e donne”, di “I migliori anni” e di “X factor”, di grandi fratelli e isole dei famosi non se potrebbe più della “retorica della cosiddetta sinistra”, non se ne potrebbe più di chi ci ricorda Falcone, Borsellino o Peppino Impastato, Gramsci o Berlinguer, della Resistenza e della resistenza quotidiana di chi lavora o di chi non lo può più fare. Che palle, che strapalle, che strapallissime! Anche di chi “io la televisione non ce l’ho nemmeno” e di chi “non la guardo mai”: siete un’elite, siete dei privilegiati, siete snobisticamente lontani dalla moltitudine che la televisione la guarda per noia, per necessità, per dimenticare, per sopravvivere e magari ci si informa anche.
Gianni Caverni

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