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Addio a Magni, primo protagonista de “Il terzo uomo” Opinion leader

L’attuale vicedirettore di Rai Sport aveva ricevuto una lettera qualche mese fa, nella quale gli veniva chiesto di scrivere un libro sulla sua vita. La lettera era scritta di suo pugno. Il pugno era quello di Fiorenzo Magni. Era apparso in forma splendida al CONI Fiorenzo, giovanissimo nei suoi 92 anni che avrebbe dovuto compiere tra poco (era nato a Vaiano, in provincia di Prato, il 7 dicembre 1920), pronto alla battuta, spigliato, verace, austero. Era felice di presentare quella strabiliante epopea che è stata la sua vita. La vita del terzo uomo, appunto. Fiorenzo Magni è stato ciò che poi fu anche Felice Gimondi con Eddy Merckx, Gianni Bugno con Miguel Indurain, nel loro piccolo, e con la tara del doping, anche Joseba Beloki e Jan Ulrich con Lance Armstrong.

Con una differenza: Magni non lottava contro un mostro, ma due. Uno si chiamava Fausto Coppi, era l’eleganza ciclistica in persona, il Campionissimo, un airone in grado di librarsi in volo sulle cime d’Europa come nessun altro. L’altro si chiamava Gino Bartali, potenza e caparbietà elevate al cubo, Ginettaccio, simpatia travolgente, un cuore grande come una casa e che in bicicletta sembrava un bulldog durante una goffa corsa. Magni veniva dopo di loro, nella medesima epoca. E chi vive di pane e ciclismo lo sa: per aver corso nell’era di Coppi e Bartali, Magni ha vinto, e tanto. Da buon terzo uomo, non poteva che essere il tre il numero ricorrente delle sue vittorie: tre Giri d’Italia (l’ultimo a 35 anni, tutt’ora il vincitore più anziano di sempre), tre Giri delle Fiandre consecutivi (che gli valsero il soprannome che lo ha accompagnato fino alla tomba, Leone delle Fiandre), tre Giri del Piemonte, tre Campionati Italiani.

Nella sua straordinaria carriera di eterno terzo, a Magni è mancato praticamente solo il Tour de France e il Campionato del Mondo, anche se a riguardo aveva più di un rimpianto: nel 1950 alla dodicesima tappa della Grand Boucle era in giallo, ma fu costretto a ritirarsi con tutta la squadra dopo che Bartali, suo compagno di squadra (all’epoca ai grandi giri esteri correvano le nazionali), venne aggredito da alcuni tifosi in cima al Col d’Aspin; l’anno dopo, ai Mondiali di Varese, in volata fu bruciato dal solo svizzero Kubler, che lo relegò all’argento. Ecco, proprio quel Mondiale è uno degli emblemi del modo di correre di Magni: grezzo, possente, senza troppi calcoli. Pensi di averne? Vai. In quel Mondiale, Fiorenzo da Vaiano rientrò da solo sulla fuga, colmando un gap per i più ormai incolmabile, e alla fine ebbe anche la forza per lo sprint.

Foto: Magni davanti a Coppi, www.direttaradio.it

La forza… Quanta ne aveva Magni, in testa e nelle gambe. Nella memoria del ciclismo non italiano, ma mondiale, esistono tre foto, e tutte sono riconducibili al nostro ciclismo: il passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali; Coppi che in fuga in montagna si volta a guardare una scritta in un suo onore scolpita nella neve, Magni che a una tappa del Giro d’Italia spinge sui pedali come un pistone tenendo tra i denti un tubolare attaccato al manubrio per resistere al dolore di una clavicola fratturata in seguito ad una caduta. A 36 anni quella fu l’ultima corsa rosa del Leone delle Fiandre. La chiuse al secondo posto, dietro Charly Gaul. Con un tubolare tra i denti e una clavicola a pezzi. Questo era Magni. Forza pura, grezza. Forse aveva più forza di Bartali, ma meno ancora tecnica, meno ancora classe. E la tenacia non basta a volte. I più giovani ricorderanno gli attacchi forsennati al Tour de France di Chiappucci nel tentativo di sfiancare Indurain: in piedi sui pedali, smorfia di fatica ben visibile, corpo da una parte e bici dall’altra nel tentativo di sprigionare più forza possibile. E il Navarro restava lì, impassibile, una maschera, seduto sui pedali, regolare. Senza cedere un centimetro.

Per Magni era uguale. Avesse avuto un po’ della classe che toccò a Bartali, forse in bacheca avrebbe avuto ancora di più. E magari, invece di parlare di Coppi & Bartali, oggi parleremmo di Coppi, Bartali & Magni. Ritiratosi, visse una seconda vita nel ciclismo, ricoprendo vari ruoli, tra cui quello di Commissario Tecnico della Nazionale, dal 1963 al ’66. Sfiorò l’impresa di prendersi da CT quello che non riuscì ad ottenere da ciclista, ma al Mondiale di Sallanches, in Francia, nel ’64, Vittorio Adorni non riuscì nell’impresa, e come lo stesso Magni tredici anni prima, dovette accontentarsi dell’argento allo sprint, questa volta alle spalle dell’olandese Jannsen. Nella sua lunghissima vita, anche una storia di collusione con il fascismo: dopo l’8 settembre 1943, Magni aderì alla Repubblica Sociale, e si dice fosse tra i più attivi nello scontro tra fascisti e partigiani a Valibona, dove perirono diversi rappresentanti dei secondi. Fu processato, poi scagionato, poi addirittura alcuni documenti del Comitato di Liberazione Nazionale certificarono che aveva collaborato in più occasioni con i partigiani contro i fascisti. Una storia strana. Una storia di tanti anni fa, troppi anni fa. Una storia che non impedì a Magni di graffiare le pagine della storia del ciclismo. Da buon leone. Il leone Fiorenzo se n’è andato stanotte, concludendo un film incredibile durato quasi 92 anni. Un film da primo attore. A dispetto di una carriera da terzo uomo.

Niccolò Bagnoli

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