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Addio a Scabia: il suo Marco Cavallo simbolo della riforma Basaglia Opinion leader

Firenze – Notizie come quella della scomparsa di Giuliano Scabia ti colpiscono nel profondo. Di Giuliano è difficile parlare, ora. Perché era una di quelle persone di cui, certo, dice molto il ricco e così significativo curriculum di opere (di poesia, di narrativa, di teatro) che ne ha connotato il percorso, ma di cui diceva di più, anzi diceva tutto, il sorriso aperto, luminoso e buono con cui ti salutava e ti accoglieva quando lo incontravi in giro con la sua fedele e inseparabile bicicletta.

E’ stato uno spirito creativo e luminoso, capace di porgere agli interlocutori un prezioso distillato di leggerezza e profondità, di sapienza e semplicità. Una caratteristica che mi sembrò di cogliere al volo quando anni fa, mi fu presentato da Marzia Pieri, docente di italianistica, che l’aveva conosciuto al Dams di Bologna dove Scabia aveva insegnato negli anni settanta. Veniva da Padova, Giuliano, dove si era laureato in filosofia e dove aveva mosso i primi passi del suo percorso artistico, ma, da anni, Firenze era elettivamente la sua città.

L’immagine-simbolo della sua creatività solidale rimane quella di Marco Cavallo, un gigantesco cavallo colorato, fatto di legno e cartapesta, che ebbe il compito di condurre simbolicamente i «matti» fuori dall’istituzione totale del manicomio, al tempo dell’azione della demolizione liberante guidata dal suo amico Marco Basaglia. Ci sono stati molti passaggi nella vita multiforme ed entusiasta di questo fantasioso artista: è stato vicino all’avanguardia del Gruppo ’63 e ha interagito con un grande eversore musicale come Luigi Nono.

Non di rado, i lavori di Giuliano erano concepiti per qualcuno, per dare sostegno a realtà umane o sociali che ne avevano bisogno. La fabbrica illuminata era per gli operai dell’Italsider di Genova. E, molti anni più tardi, il cavallo amico degli internati nei manicomi si sarebbe trasformato in un più temibile drago a Montelupo Fiorentino, per chiedere il superamento del locale istituto psichiatrico penitenziario dalla triste fama. Nell’ex manicomio di San Salvi, poi, per anni, egli avrebbe lavorato, dipinto manifesti colorati, ispirato azioni teatrali con la compagnia dei Chille della balanza. Difficile dire che cosa fosse davvero, Giuliano.

Un poeta e un affabulatore, certo, capace di inventare storie che sapevano parlare a grandi e piccini come quelle del ciclo di Nane Oca. Un poeta. Un recitatore. Un uomo di scena (che la illuminava, la scena, con la sua stessa presenza) e di teatro. Ma anche, come è noto, un uomo amante della manualità, Un costruttore di statuine e burattini. Un uomo di vastissima cultura, di cui ammiravi la profondità senza avvertire, nelle sue parole, un pizzico, benché minimo, di prosopopea.

Nelle conversazioni che, a volte, mi capitava di avere con lui, anche solo incontrandolo per strada, coglievi una cifra del tutto particolare. Una dote rara. Perché Giuliano sentiva profondamente i temi dell’impegno civile e sociale. Ma non aveva niente delle ossessioni, degli indurimenti, delle tentazioni manichee che, non poche volte, caratterizzano l’intellettuale impegnato. Tutto era filtrato da una speciale e specifica sensibilità umana e dalla mediazione di una competenza culturale capace di esorcizzare gli schematismi e di tenere presente, sempre, la complessità delle cose.

Apprezzava l’attività di «Testimonianze» ed era vicino, cosa di cui gli sono riconoscente, al lavoro che la rivista porta avanti su temi e in modi su cui c’era naturale consonanza. Mi piace ricordare, in questo senso, due momenti. Il primo è relativo al «Sogno di una cosa», una delle partecipatissime serate con interventi, canti, musiche e cena che organizzavamo, in era pre-Covid, a sostegno di «Testimonianze», in campagna, a Molino del Piano, nello spazio aperto di fronte alla casa dei nostri amici Irene e Bruno.

Giuliano, cui chiesi di partecipare con un suo intervento, parlò con grande soavità, incantando i presenti e poi distribuì una specie di «santino» con i suoi versi. Lo porse con grazia, come un portafortuna, assicurando che avrebbe procurato benessere spirituale, che avrebbe fatto diventare buoni gli uni con gli altri. In un’altra occasione, invitammo Giuliano ad una Tavola Rotonda  su La Toscana, una terra del mondo, nell’ambito delle manifestazioni per la Festa della Toscana. C’erano anche Vannino Chiti, don Andrea Bigalli, la pastora valdese Letizia Tomassone, lo storico Sandro Rogari e la docente di relazioni mediterranee Leila el Houssi.

Si parlava di rapporti fra tradizione civile e culture religiose nella nostra terra, in una Regione che sempre più sta diventando un «pluriverso» di culture. Quando toccò a Giuliano intervenire, per gli ascoltatori, fu come se si aprisse uno squarcio su un mondo da scoprire, per la ricchezza di riferimenti biblici, spunti storico-letterari e teologici che, senza parere, con eloquio morbido e fluente e con la chiarezza che solo i sapienti hanno la capacità di usare, seppe mettere in campo. Il proposito era di riprendere il discorso in una nuova occasione.

Un’occasione che, purtroppo, di persona non avremo, anche se ci resta il lascito del ricordo delle sue parole, dei suoi molti lavori, dei suoi archivi. Le persone che gli sono state vicine nel doloroso passaggio della malattia, mi hanno detto che, fino all’ultimo, Giuliano ha conservato la voglia di lottare e il suo vitale attaccamento alle vicende del mondo. Difficile dire dei sentimenti e dei sommovimenti che questo tempo, (in cui purtroppo, ci sono molti addii), genera nel profondo.

Non so dove sia ora Giuliano e dove abbia portato il suo sorriso. A chi scrive le emozioni della giornata di ieri, dopo aver saputo che egli aveva intrapreso il suo ultimo viaggio, hanno fatto riemergere un pensiero che vorrei dedicargli e che qui propongo nel rispetto per le diverse visioni e concezioni che dei «temi ultimi» del senso della vita e della morte si possono ovviamente avere. Mi sono tornate in mente le belle e toccanti parole scritte, in una delle ultime lettere, da Aldo Moro, che sentiva avvicinarsi il compimento del suo destino, dalla «prigione del popolo» delle Brigate Rosse, alla moglie Eleonora, che cito a memoria: «Non so come sarebbe dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo».

Severino Saccardi

Foto: GiulianoScabia_(foto di Maurizio Conca)

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