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Agguato al Cardinale Betori: ancora nessuna certezza dopo un anno Notizie dalla toscana

Il processo del secolo, quello dell’ex Maggiordomo fedigrafo di Papa Benedetto XVI, Paolo Gabriele, si è concluso dopo solo 5 udienze, durando in tutto solo una settimana. La prima udienza si è tenuta sabato scorso, 29 settembre, mentre la sentenza è stata emessa alle 12,15 di ieri, sabato 6 ottobre. Di sabato, in quanto i giudici vaticani  lavorano anche nei tribunali italiani, e il sabato lo dedicano solo ai pochi processi vaticani.  Non si è trattato di un processo “lampo”, come qualcuno potrebbe pensare, vista la celerità dello stesso, ma di un “normale” processo vaticano. Tant’è che alla vigilia, strano, ma vero, in quanto trattasi di un altro Stato, il Ministro della Giustizia italiano, Paola Severino, proprio mentre si trovava in Vaticano per la Festa annuale della Gendarmeria Vaticana, comandata dall’aretino Domenico Giani, ha commentato favorevolmente il processo a Paolo Gabriele, chiamato dal Papa Paoletto, mettendo in risalto alcuni importanti elementi: “Si è lavorato con grandissima professionalità, e di questo va dato atto – ha detto la Guardasigilli italiana – c'è stata una immediata individuazione della persona, del presunto autore degli atti, e indagini celeri. Si è dimostrata una grande efficienza. Il processo è trasparente e sotto gli occhi di tutti – ha sottolineato la Severino – è stato fatto uno straordinario lavoro. I giudici sono persone che conosco, grandi professionisti, professori che sapranno sicuramente amministrare la giustizia in maniera molto corretta”. Parole che fanno piacere sicuramente alle Autorità Vaticane, ma che lasciano smarriti di fronte ai tempi della Giustizia italiana. E non si dica che in Vaticano sono così celeri perché è ancora in vigore il Codice Penale Zanardelli, in vigore nel Regno d'Italia prima del Fascismo.

Per chi non si ricordasse lo svolgere dei fatti ricordiamo che le indagini della Gendarmeria vaticana, dopo la pubblicazione di alcuni documenti riservati della Santa Sede sui giornali italiani, sono durate pochi mesi, poi il 23 maggio l’arresto del Maggiordomo, con la perquisizione del suo appartamento in Vaticano, dove sono stati trovati una quantità di documenti riservatissimi fotocopiati, e tre oggetti di valore – un assegno di 100mila euro intestato al Papa, una pepita d'oro e un libro del '500 che vale altre migliaia di euro– di proprietà del Papa, che gli ha ricevuti in dono. Quindi, dopo 50 giorni di carcere, gli arresti domiciliari nell’appartamento che Paoletto ha da anni in Vaticano, dove abita con la moglie e i suoi tre figli, vigilato da una telecamera della Gendarmeria posta sul pianerottolo del palazzo, lo stesso dove vive la Famiglia di Emanuela Orlandi, per poi arrivare, il 13 agosto, alla chiusura delle indagini e al rinvio a giudizio, con processo fissato, e iniziato, al 29 settembre.

Perché abbiamo deciso, come Stamp Toscana, di fissare, oggi, prima domenica di ottobre, l’attenzione su l’attentatore della privacy del Papa?

Perché tra poco, il prossimo 4 novembre, che cadrà di domenica, assieme al 45mo anniversario dell’alluvione di Firenze, ricorrerà il 1° anniversario del brutale agguato al Cardinale Arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori che portò al ferimento del suo segretario particolare, don Paolo Brogi, finito all’ospedale ed operato, anche se tutt’ora ha dentro di se il proiettile. La coincidenza è che tutto questo accade proprio mentre il Cardinale Betori si trova in Vaticano per un mese, per partecipare al Sinodo dei Vescovi. E durante la permanenza in Vaticano il Cardinale non ha al suo fianco i poliziotti della Questura di Firenze che ormai da un anno sono la sua scorta personale, i suoi angeli custodi, voluta dal Prefetto, e che non lo perdono di vista un attimo quando è in città e sul territorio italiano.

Ebbene, nella vicenda di Betori se è vero che c’è una persona rinviata a giudizio –  che coincidenza, proprio alla vigilia dell’arresto del Maggiordomo papale –  Elso Baschini, 73 anni, accusato di tentato omicidio, ancora non si conosce, ad un anno di distanza, la data del processo. Baschini, attualmente in carcere, difeso dall'avvocato Cristiano Iuliano,  si è sempre professato innocente. E’ in carcere dallo  scorso 17 dicembre. Lui sostiene di non aver agito da solo, ma che con lui c’erano anche altre due persone. Eppure, a distanza di un anno, le indagini, coordinate dal PM Giuseppina Mione, a parte l’arresto di Baschini, non hanno portato a niente, né all’individuazione degli eventuali altri due complici, nè, e soprattutto, all’individuazione certa del movente che ha spinto Baschini al tragico episodio, che solo per un miracolo, ed è il caso di sottolinearlo, non ha visto un morto.

Da maggio scorso quindi non si è più saputo niente dalla Procura fiorentina, nemmeno la data del processo.

Anzi, qualcosa si è saputo, in quanto diversi quotidiani hanno pubblicato estratti, riservati, di intercettazioni telefoniche di telefonate fatte o ricevute dal Cardinale Betori.

Secondo il settimanale Panorama, l’Arcivescovo fiorentino si sarebbe lamentato per come la Procura fiorentina svolgeva le indagini, direttamente con il Papa nell’udienza privata e speciale in Vaticano, nell’appartamento privato, che Benedetto XVI concesse a Betori e al segretario, a sorpresa, il 2 dicembre scorso, quasi un mese dopo l’attentato. Due mesi dopo Betori veniva elevato alla Porpora Cardinalizia, investito dello speciale status concordatario-diplomatico che spetta ai Cardinali. E se il Papa, come ha confermato il Direttore della Sala Stampa Vaticana, Padre Federico Lombardi, presto concederà la Grazia e il perdono personale a Paoletto, il Cardinale Betori ha già perdonato il suo attentatore. Lo rese pubblico durante la sua visita in Russia.

In quell’occasione ai giornalisti disse: “Il perdono appartiene alla sfera della coscienza ed è già stato offerto e non ha bisogno di conferme”. Tuttavia, in quella occasione Betori precisò che il perdono non impedisce l'accertamento della verità giudiziaria. “Fin dal primo momento – disse, smentendo così le indiscrezioni giornalistiche – abbiamo seguito con stima e gratitudine il lavoro svolto con cura e professionalità dagli inquirenti. L'accertamento della verità in ordine alla giustizia attiene al percorso della società e va sempre intrapreso”, aggiunse, ribadendo il suo perdono a livello personale. Stessi sentimenti per il segretario don Paolo Brogi, con il quale spesso, personalmente scherzo sull’episodio, con pungenti battute in puro stile toscanaccio, l’ultima volta lo scorso 2 ottobre.

Due Stati diversi, due storie diverse, due polizie diverse, due magistrature diverse, eppure un punto comune poteva esserci….un processo veloce.

Firenze e i fiorentini aspettano ancora la verità su quanto accadde la sera del 4 novembre 2011.

Una data ancor più particolare, dall’anno scorso, per Firenze e i fiorentini.

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