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Agromafie, un danno da miliardi per l’agroalimentare italiano Cronaca

Agromafie, il settore agricolo/alimentare fa gola, è il caso di dirlo, alla criminalità organizzata: secondo una stima del 1° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia redatto da Eurispes e Coldiretti, il giro d’affari delle agromafie che ruota attorno al mondo dell’agroalimentare è valutabile intorno ai 12,5 miliardi di euro, pari al 5,6% del totale. Un dato molto significativo, che ha ricadute pesanti anche in Toscana.
Le agromafie influenzano in due modi l’andamento economico specifico dell’agroalimentare: da un lato, investendo in aziende agricole i proventi del malaffare e dando quindi una patente “lecita” alle loro attività, dall’altro, svolgendo azioni come l’indebita appropriazione di fondi europei destinati all’agricoltura, o inserendosi  nel ricco settore delle contraffazioni agroalimentari. Attività di cui in ogni caso la Toscana non è immune, col suo tesoro di tradizioni agricole, aziende, ricchezza di eccellenze alimentari riconosciute a livello mondiale.
Un’attività, quella della contraffazione alimentare, che nella sua forma più “globalizzata” prende il nome di italian sounding. Di cosa si stratta? Sostanzialmente, concerne l’utilizzazione di denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che si richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Basti pensare che a livello mondiale il giro d’affari dell’italian sounding supera i 60 miliardi di euro all’anno, cifra 2,6 volte maggiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane agroalimentari, pari a 23,3 miliardi di euro nel 2009. nello sterminato campo della contraffazione non esiste tuttavia solo l’italian sounding; ad esempio, ci sono aziende che importano materie prime da altri paesi (emblematico il caso dei pomodori israeliani o marocchini o dell’uva turca, cilena o argentina) intervengono in Italia nel processo di lavorazione, poi esportano all’estero il prodotto finito col marchio Made in Italy. Operazione peraltro consentita dalla normativa vigente.
I dati, contenuti nel rapporto Eurispes-Coldiretti, sono stati ricordati oggi 1 dicembre nel corso dell’incontro, organizzato dall’IdV, sulle agromafie e contraffazione alimentare nella sede della Regione, a Palazzo Bastogi.
Presente, oltre al presidente dell’Eurispes nazionale Gian Maria Fara, al presidente Credit Agri Coldiretti Toscana Simone Ferri Graziani, a Roberto Cavallini, presidente Legacoop Toscana e a Ignazio Messina, deputato e responsabile nazionale agricoltura IdV, anche l’assessore regionale regionale all’agricoltura Gianni Salvadori, che ha preso una dura posizione in materia di contraffazioni:
''Contro le contraffazioni e le falsificazioni dei nostri prodotti occorre garantire la tracciabilita' del prodotto, lavorare sulle filiere e sull'etichettatura, per tutelare i consumatori e anche i produttori – ha spiegato Salvadori – ma dobbiamo anche intervenire sullo Stato italiano affinche' smetta di finanziare quelle aziende, attraverso la Simest, che producono all'estero prodotti cosiddetti 'italian sounding''', vale a dire che hanno nomi di marchi che suonano come italiani ma che non lo sono e che vengono realizzati all'estero”. La Simest (Societa' Italiana per le imprese all'estero), e' stato ricordato, e' un’azienda controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico che assiste le imprese italiane che investono all'estero. Secondo Salvadori ''questa e' veramente una beffa e un danno perche' lo Stato italiano finanzia così la contraffazione''. Per salvaguardare le nostre produzioni, ha aggiunto Salvadori, ''dobbiamo permettere di certificare che un dato prodotto e' fatto in Toscana e con prodotti toscani. Ad esempio nella regione abbiamo una grande produzione di olio pari a circa 200 mila quintali che devono diventare sempre piu' olio Igp e meno extravergine, per ridurre la possibilita' di camuffare quello toscano con altro olio''. Alla proposta lanciata con forza da Salvadori si affianca quella di Coldiretti, che rammenta la necessità di una filiera agricola italiana e firmata: tutta italiana, in quanto tutti i processi devono avvenire in Italia con materie prime rigorosamente italiane; firmata, in quanto i prodotti sono caratterizzati dai tratti distintivi dei propri luoghi d’origine e produzione.
Un bastione, quello della tracciabilità del prodotto, del controllo sulla filiera e sull’etichetattura, che può funzionare anche in materia di contenimento del fenomeno delle infiltrazioni mafiose e della trasparenza. Naturalmente, salvo il caso in cui magari la criminalità organizzata compri a monte l’intera azienda.
Un caso non nuovo in Toscana, dove anni fa fu confiscata alla mafia l’azienda di Suvignano, a Monteroni d’Arbia, in Provincia di Siena. Attualmente, il bene, uno fra i più grandi confiscati alla mafia italiana, viene gestito in maniera estremamente brillante e aperta al territorio da un amministratore giudiziario. Da tempo il Comune di Monteroni d’Arbia, insieme alla Provincia di Siena e alla Regione Toscana, ha presentato un progetto di recupero e gestione dell’azienda agricola a chiara impronta sociale. Ma per ora, pare in seguito a controversie burocratiche che riguardano anche la Regione Sicilia, tutto rimane fermo al palo.  

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