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Aiuti alimentari, primi bilanci fra lavoro nero e servizi sociali Breaking news, Cronaca

Firenze – Massimo (nome di fantasia) è un lavoratore. Una condizione non dimostrabile però: infatti  Massimo lavora al nero, con lavoretti precari che se gli consentono di sbarcare il lunario, non giungono però ad assicurargli la condizione di lavoratore agli occhi della legge. Un problema ancora più pesante in tempi di coronavirus, in quanto è automaticamente escluso dall’accesso ai buoni spesa, perché non può ottemperare al requisito fondamentale, vale a dire la dimostrabilità della perdita del reddito o della sua decurtazione direttamente legato alle misure di contenimento della pandemia in corso. Va da se’ che il quarantottenne Massimo non è nella “lista” delle persone che hanno avuto in qualche modo assistenza sociale; a dir la verità, nonostante la precarietà della sua sorte, fino ad ora non ci aveva neanche mai pensato, perché “il lavoro, sebbene non regolare, non mi è mai mancato”. Tra l’altro, come molti in questa situazione, la cosa  è aggravata dal fatto che ha perso la residenza, dopo essere stato assegnatario di casa popolare, in seguito al divorzio della moglie. Un’aggravante senz’altro, dal momento che, come molte volte riportato su queste pagine, la mancanza di residenza in tempi normali sprofonda nell’invisibilità chi ne è colpito, in tempi di coronavirus lo rende totalmente senza strumenti di difesa. Morale, Massimo non ha la possibilità di accedere ai buoni spesa ed è complicato anche  ai pacchi aimentari. Va da se’ che non lavora più, dallo scattare delle misure anti covid, e si sente abbandonato.

La stessa situazione è vissuta da Marco, cinquant’anni, fiorentino, cui è impossibile dimostrare che precedentemente ha lavorato, e da Alexandra, 40 anni, che si è ritrovata a lavorare, dopo la morte della signora cui accudiva come badante,  part-time per il marito. Un caso interessante e, come assicurano nei vari sportelli popolari di aiuto, piuttosto comune: spesso alle badanti o colf, per la maggioranza straniere, viene proposto un contratto part-time alla condizione che i contributi se li paghi il lavoratore, di tasca sua. Ciò viene incontro a due esigenze, per quanto riguarda il lavoratore, da un lato quella di mantenere una busta paga che, sebbene molto scarna, consente di accedere a vari diritti e tutele, e, se il lavoratore è extracomunitario, quella di non avere troppi problemi con il permesso di soggiorno. Naturalmente, per il datore di lavoro, i vantaggi riguardano in buona sostanza assicurarsi lavoro sborsando molto meno soldi. Da aggiungere che, nel caso di Alexandra, la donna ha ottenuto anche il reddito di cittadinanza, che si aggira sui 200 euro al mese. Ma interviene la pandemia  a sconvolgere tutto: infatti, a causa delle misure di contenimento, Alexandra viene lasciata a casa dal suo datore di lavoro. Anzi, viene messa in ferie. Peccato però che le ferie, visto l’accordo precedente, se le paghi lei. In altre parole: sulla carta, Alexandra non ha avuto un depauperamento a causa del coronavirus, visto che è in ferie. Di fatto, lei e la sua famiglia ad ora vivono con i circa duecento euro del reddito di cittadinanza.

Tirando le fila, i buoni spesa (ricordiamo che non si tratta di una misura di sostegno al reddito, quanto piuttosto di un contributo alla spesa alimentare per le famiglie che non ce la fanno più a causa coronavirus, anche se alla fine comunque è un ristoro che riguarda senz’altro anche il reddito famigliare) che, come spiegato a suo tempo dallo stesso assessore comunale al welfare Andrea Vannucci, sono rivolti a due fasce, vale a dire i lavoratori che, a causa del coronavirus, hanno subito una sostanziale decurtazione del loro reddito e quella di chi si trova in carico al servizio sociale professionale, non contemplano il “tertium genus”. Vale a dire le persone come Massimo, Marco, Alexandra e tante altre, che si ritrovano sole nel momento dell’emergenza. Proprio per ovviare al problema, dicono dall’amministrazione, si è proceduto all’istituzione dei pacchi alimentari.

Sulle misure d’emergenza interviene con una nota la Sinistra cittadina, vale a dire Potere al Popolo e Spc, nella figura di Francesca Conti per Pap e di Antonella Bundu e Dmitrij Palagi, consiglieri comunali di Spc.  Fra i punti critici, sia l’entità di risorse stanziate, sia le modalità attuative individuate.  “Basti pensare – si legge nella nota – che per il Comune di Firenze sono previsti 2 milioni di euro, a fronte di circa 26.195 nuclei familiari sotto la soglia di povertà, ovvero 76,37 euro a famiglia: davvero troppo poco per affrontare questa crisi, nel momento in cui le normali fonti di reddito vengono a mancare”.

Modalità di accesso, ovvero, come ricorda la nota, nuclei familiari che hanno subito effetti economici derivanti dall’emergenza “che sono/erano in possesso di un regolare contratto di lavoro o comunque di una situazione lavorativa registrata e che di questa variazione hanno avuto una regolare documentazione da parte del datore di lavoro”. Esclusi dal Bando i nuclei familiari non iscritti all’anagrafe del Comune di Firenze. Di fatto, dicono gli espnenti della sinistra, sono esclusi anche tutti i lavoratori al nero. Infine, “la possibilità indicata nel bando di concedere d’ufficio i buoni spesa da parte del Servizio Sociale Professionale resta una soluzione parziale e assolutamente discrezionale rispetto al problema. Esclude infatti tutte e tutti coloro che non sono già seguiti dal Servizio Sociale perché prima della crisi non ne avevano avuto bisogno. Non esistono inoltre criteri che il Servizio Sociale ha a disposizione per effettuare una valutazione oggettiva dello stato di bisogno dei nuclei familiari; la segnalazione lasciata quindi alla discrezionalità della singola o del singolo Assistente Sociale risulta dunque ben poco omogenea”. Discrezionalità dei criteri chem dicono ancora Conti, bundu e Palagi, “risulta inaccettabile anche in ragione del fatto che l’articolo 6 dell’ordinanza del Consiglio dei Ministri fa riferimento “ai nuclei familiari più esposti agli effetti economici derivanti dall’emergenza” e non indica in nessun modo criteri così stringenti per l’assegnazione”.

Certo, l’alternativa a chi non rientra nei requisiti dovrebbe essere quella dei pacchi alimentari, ma, dicono gli esponenti della sinistra, “oltre a contenere beni insufficienti per le due settimane per cui sono pensati, non hanno la versatilità del buono spesa per rispondere alle esigenze primarie che possono variare da famiglia a famiglia e da situazione a situazione”.

“La possibilità indicata nel bando di concedere d’ufficio i buoni spesa da parte del Servizio Sociale Professionale resta una soluzione parziale e assolutamente discrezionale rispetto al problema”, continua la nota. La Sinistra richiede un intervento, da parte dell’Amministrazione comunale, che contempli un nuovo bando, “per ampliare la platea di beneficiari dei buoni spesa, estendendo il contributo anche a disoccupati privi di attestazione della condizione lavorativa pre-Covid19; la pubblicazione del numero di domande ricevute e dei nuclei familiari beneficiari, ovviamente in forma anonima e aggregata; la possibilità di acquistare beni per l’igiene personale e di prevedere la possibilità di aggiungerli ai pacchi alimentari; l’immediata ricezione da parte della Giunta e dell’Amministrazione della mozione approvata ieri in cui si chiede il blocco delle cancellazioni anagrafiche e l’avvio delle registrazioni delle nuove richiesta, attivando il personale dell’anagrafe attraverso le procedure di lavoro agile; l’utilizzo di fondi comunali aggiuntivi, sul modello del Comune di Livorno perché tutti e tutte possano accedere ai buoni spesa, misura preferibile ai pacchi alimentari”.

Dall’amministrazione intanto giunge la notizia che il trend per quanto riguarda gli aiuti alla spesa alimentare ” rende evidente l’utilità delle misure per molti cittadini”. “Partiamo dai pacchi alimentari – commenta l’assessore Andrea Vannucci – il ritiro è raddoppiato, ad ora (ieri sera ndr) si sta parlando di oltre 3.200 pacchi. Si tratta di una misura che ha lo scopo di non lasciare nessuno senza assistenza perlomeno per quanto riguarda i bisogni primari”. Per quanto riguarda i buoni spesa, i trend in crescita, secondo l’assessore, sono molto significativi.

“Il meccanismo dei buoni spesa sta dando i primi risultati: sono già migliaia i fiorentini che hanno potuto usufruire di questa forma di sollievo – ricorda Vannucci – allo stesso tempo, sta funzionando il meccanismo di distribuzione dei pacchi alimentari grazie alla straordinaria affidabilità e generosità della tradizionale filiera della solidarietà composta da Caritas e Banco alimentare, integrata dal prezioso contributo dei presidenti dei cinque Quartieri e dal mondo dell’associazionismo di quartiere. Anche la rete del volontariato e della solidarietà di quartiere ha permesso di garantire che nella nostra città nessuno si trovi in condizioni di sofferenza rispetto ai bisogni essenziali e primari. Abbiamo messo in campo un grande lavoro di squadra a servizio del prossimo, nel quale sono coinvolti anche tanti dipendenti comunali. Che vorrei ringraziare così come voglio dire grazie ai tanti volontari e agli operatori del Call center comunale”.

Per quanto riguarda i buoni spesa riferiti ai lavoratori (quelli in grado ovviamente di dimostrare il pregresso rapporto di lavoro e la connessione della decurtazione del reddito causa coronavirus) la percentuale più alta, quasi il 50 % , dei beneficiari, riguarda lavoratori a tempo indeterminato con sospensione del lavoro, seguiti dai lavoratori autonomi che coprono poco più di un quinto, mentre al terzo posto si pongono i lavoratori “intermittenti”. Seguono i lavoratori a tempo indeterminato con risoluzione del contratto, seguiti dai lavoratori a tempo determinato con risoluzione.

“Siamo convinti – conclude Vannucci – che con la somma dei due sistemi, quello dei buoni spesa e quello dei pacchi alimentari, riusciremo ad arrivare a tutte le famiglie che hanno più bisogno in questo momento”.

 

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