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Al Fabbricone il Faust di Tiezzi condannato alla vanità della vita Spettacoli

Prato – Trafitto da schegge amletiche e indotto a falsificare la propria identità di intellettuale anomalo (disorganico certo alle temperie dell’epoca) il caro vecchio Faust entra in laboratorio. Un lavaggio del sangue. Una trasfusione ormonale.

Seduta spiritica e psicanalitica, il laboratorio faustiano approntato da Federico Tiezzi per il Metastasio di Prato (che lo produce) al Fabbricone, profuma di malattia mentale, follia contemporanea, mostruosità allucinatorie. Siamo alla resa dei conti. Dopo l’ultima esplosione.

Il nocciolo brucia ancora nel fondo di Chernobyl. L’Europa è capovolta. L’Italia è a testa in giù come profetizzava Luciano Fabro. Gli arcangeli si adeguano, belli e voluttuosi, nella loro apollinea nudità, presi per i piedi e calati nella lava dell’apocalisse. Di suo Mefistofele, ambiguo signorotto del sottosuolo, creatura circense intabarrata di buio, sorseggia spigoli di vendetta e bacia ironico calici di vittoria.

Nel laboratorio di Tiezzi, Faust rilancia le sue ambizioni di eterno pollicino ever green della sperimentazione: fra sensi di colpa e metamorfosi fisiognomiche. La sua mente è lì, una stazione dell’eterno calvario della vita: un aeroporto dimenticato, una biblioteca dispersa, un bunker metafisico, una parentesi beckettiana, una corsia manicomiale, la morgue in attesa: la morte come utopia e, a rovescio, l’incapacità di morire. Eccoci alfine giunti: nel misterioso approdo kubrickiano, di candore circonfuso, di “2001”? Nella labirintica coscienza tarkowskiana di “Solaris”?

Nell’amnesiaco respiro freudiano hitchcockiano di “Io ti salverò”? Tiezzi racconta di esser stato folgorato dalla parabola goethiana trent’anni fa, quando a Milano, al Teatro Studio, incrociò la sfida di Giorgio Strehler. Il tempo non si è fermato. E’ esploso nel cosmo come tempesta di meteoriti, fluttuando e liquefacendosi. Vendere l’anima al demonio può essere solo un gesto di compromesso, un atto di convenienza.

Di sopravvivenza? Tiezzi resiste. La tentazione è forte. Forse non ne vale la pena. Ma il trucco (lo sappiamo tutti) non funziona. Nessuno farà mai lievitare Faust, anche se i giovani scout, come ancelle di Isadora Duncan, in cerchio assisi, al massimo concentrati, si impegnano allo spasimo. Se dovessero farcela, così ammonisce una scritta, lo spettacolo finisce lì. Altrimenti avrà inizio. L’attesa inizia e le “Scene da Faust” decollano.

Un prologo più tredici. Faust cerca Dio ma la morte è l’unica certezza. Come la fine Margherita (una struggente Leda Kreider), l’amore e il pentimento, la seduzione e la perdizione, l’incanto della perdizione, che sboccia nel delirio e nell’angoscia, nella pienezza di sé. Nulla possono Faust (un convincente Marco Foschi) e Mefistofele (un birichino Sandro Lombardi), due facce della stessa medaglia, cavaliere e scudiero, folgore e tenebra (o viceversa), condannati all’oblio della ricerca vana e dell’attesa ostile.

Il coro dei giovani del Laboratorio teatrale della Toscana (Dario Battaglia, Alessandro Burzotta, Nicasio Catanese, Valentina Elia, Fonte Fantasia, Francesca Gabucci, Ivan Graziano, Luca Tanganelli, Lorenzo Terenzi), istruiti da Francesca Della Monica, solfeggiavano Schoenberg, Mahler, Berg, Schubert. Con Tiezzi, firma la drammaturgia Federico Sinisi. Completano il cast Gregorio Zurla (scene e costumi), Gianni Pollini (luci), Thierry Thieû Niang (movimenti coreografici). Si replica fino a domenica 19.

 

 

 

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