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Alamagordo, 75 anni fa il nucleare entrò nella storia dell’uomo Breaking news, Opinion leader

Firenze – Settantacinque anni fa ad Alamogordo, nel deserto del Nuovo Messico, ebbe luogo, con “successo”, la prima esplosione di una bomba al plutonio, lo stesso tipo di bomba che 23 giorni dopo verrà sganciata su Nagasaki; nell’esplosione fu sprigionata un’energia di circa 20 Kiloton, ossia equivalente all’esplosione di 20 000 tonnellate di tritolo. Erano le 5 e 29 di una calda giornata d’estate. Al test venne dato il nome in codice “Trinity” (*).

Gli scienziati del Progetto Manhattan ritenevano necessario questo test di controllo, prima dell’impiego contro il Giappone, perché l’innesco dell’esplosione basata sulla fissione del plutonio è un processo complicato: si trattava di sincronizzare al milionesimo di secondo trentadue detonatori per comprimere la massa di plutonio.  Per l’innesco basato sulla fissione dell’uranio-235 tutto è più semplice; infatti per la bomba sganciata su Hiroshima (6 agosto) non si ritenne necessario un test preventiv

 La bomba esplose producendo un’enorme palla infuocata che, dopo qualche secondo, si alzò formando un fungo atomico alto oltre 12 km.

Testimonianza del fisico Hans Courant, che stava nella postazione a dieci chilometri dal punto dell’esplosione: “Non mi distesi a terra, come ci avevano raccomandato, perché la notte prima aveva piovuto e c’era fango dappertutto. Terminato il conto alla rovescia, nel cielo si formò questa enorme palla brillante, grande e luminosa come dieci, forse cinquanta volte il sole. Guardavo attraverso uno spesso vetro oscurato montato su un pezzo di cartone e sentivo sulle mani il calore. La palla di fuoco continuava a crescere, poi salì verso il cielo. Io stavo lì seduto e pensai: oh, mio dio”.

Anche Enrico Fermi assisteva all’esperimento; lasciando cadere dalla mano, uno dopo l’altro, alcuni pezzetti di carta e misurando lo spostamento dalla verticale a causa dello spostamento d’aria causato dall’esplosione, determinò con buona approssimazione la potenza dell’ordigno.

 Gioia, euforia, sollievo: furono i sentimenti che dichiararono di aver provato gli scienziati presenti; chi ballò, chi fece battute e chi brindò con una bottiglia di whiskey. Ma dopo i primi entusiasmi l’umore si adombrò: ci si rese conto che nulla sarebbe più stato come prima.

Dopo di allora le armi nucleari non furono mai più impiegate in guerra, anche se più volte si sfiorò il rischio che la situazione sfuggisse di mano. I test sperimentali furono  oltre 2000, dei quali 528 atmosferici e 1 528 sotterranei, per verificare la potenza di un ordigno in fase di progettazione o presente in un arsenale, per fare bombe più potenti, o più piccole per zaini, per missili, cruise, caduta libera, mine. 

Il monopolio degli Stati Uniti fu interrotto a partire dal 1949; oggi gli stati che dispongono di armi atomiche sono una decina; in Italia sono circa 80, sotto il controllo americano.

Da una punta massima di 65.000 testate nucleari attive nel 1985, si è passati a circa 17.300 testate nucleari totali alla fine del 2012.  I gravi problemi immediati ci fanno dimenticare l’aggravarsi dei pericoli a causa della stessa presenza delle armi nucleari. Qualche esempio: gli ostacoli a iniziative di disarmo, con uno stallo del processo negoziale; in particolare:

l’uscita degli USA (2019) dal Trattato sulle forze nucleari intermedie (INF) e la conseguente ripresa della competizione per lo sviluppo di queste armi,  l’indisponibilità degli Usa a estendere oltre la sua scadenza nel 2021 il trattato bilaterale New START, l’unica limitazione concordata delle armi strategiche.

Ancora, le situazioni critiche in aree di conflitti attivi, in particolare tra India e Pakistan; i massicci programmi di modernizzazione in Russia e negli USA; i nuovi test nucleari della Corea del Nord e gli sviluppi delle sue forze missilistiche; il confronto fra Russia e NATO a seguito del conflitto armato in Ucraina; il pericolo di ulteriore diffusione delle armi per la crisi del trattato di non-proliferazione; il programma nucleare iraniano, a seguito dell’abbandono degli USA dal Piano per la limitazione e il controllo del programma stesso.

Ce n’è abbastanza per capire che ritenere che sia svanita la minaccia di una guerra nucleare è un puro miraggio, ammoniscono dal Bulletin of the Atomic Scientists. La crisi mondiale causata dalla pandemia COVID-19 ci sta insegnando che viviamo su un pianeta dove tutte le popolazioni sono interconnesse: nessuno si salva da solo, né dal virus, né dal rischio nucleare, né dai cambiamenti climatici.

(*) Per le varie “bombe atomiche” furono spesso adottati nomi in codice graziosi, quasi si volesse ingentilirne la enorme potenza distruttiva: Little Boy per la bomba di Hiroshima, Fat Man per quella di Nagasaki, bomba Able  chiamata Gilda, decorata con un’immagine di Rita Hayworth,  bomba Baker chiamata Helen of Bikini, test Charlie per un’esplosione sottomarina, Ivy Mike, pima vera e propria bomba all’idrogeno, test Bravo, dell’enorme potenza di 15 000 kt (15 milioni di tonnelate di tritolo), e così via.

 

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