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Alberi, cura, competenza e condivisione i tre punti per salvare le alberature di Firenze Ambiente, Breaking news, Cronaca, Opinion leader

Firenze – Sala delle ex-baracche verdi, Comunità dell’Isolotto, piena. Mercoledì scorso l’assemblea pubblica con dibattito aperto richiama rappresentanti dei comitati contro gli abbattimenti degli alberi, Italia Nostra (che ha organizzato l’evento, presente il presidente di Italia Nostra  Firenze Leonardo Rombai, che ha aperto l’assemblea), cittadini che vogliono capire. Al tavolo, due esponenti delle due “scuole” che si contendono la città: il professor Mario Bencivenni, storico dei giardini, e il professor Francesco Ferrini, agronomo e autorità internazionale di riferimento per quanto riguarda gli alberi.

Due diverse formazioni, due approcci diversi: da “albero” come simbolo e portato di una storia e di un passato che ha “scelto” proprio quell’essenza per una serie di motivi e che ha creato “memoria”, alle valutazioni “tecniche” che riguardano in buona sostanza fattori mai presentatatisi prima come, ad esempio, il cambiamento climatico. Due impostazioni che entrano in conflitto solo quando si tratta di scegliere se buttare giù o procedere con la cura, e quando si tratta di sostituire le essenze.

Insomma, la grande domanda è: assodato che gli alberi entrano in fase di senescenza in cui è impossibile, se non pericoloso, rimandare la sostituzione, cosa si può fare prima? E in che modo procedere alla sostituzione?..

Premesso che nessuno è in assoluto, neppure in sala, contrario agli abbattimenti, che a volte si rendono necessari per tutelare l’incolumità pubblica, un primo dato va reso noto: la pericolosità degli alberi e degli incidenti legati ad essi è talmente minima che l’Istat non li prende in considerazione. Da notare invece che la pericolosità delle auto produce decine di incidenti anche mortali, eppure, dice Bencivenni “a nessuno è mai venuto in mente di stoppare la auto in quanto pericolose”. Insomma, l’assemblea parte con il ridimensionamento del famoso “pericolo alberi”. ridimensionamento cui partecipa anche Ferrini, che spiega: “Ovviamente, nonostante tutti gli accorgimenti, un albero non presenterà mai un rischio zero; tuttavia, non c’è manufatto umano o essere in natura che non presenti un rischio”. come dire: il rischio è vivere, e naturalmente non è azzerabile.

Messo in luce questo, entrano in ballo altre considerazioni di tipo economico: meglio provvedere per tempo alle sostituzioni, dice Ferrini, rispettando i tempi di vita delle specie, piuttosto che ritrovarsi a “riparare” in fretta ciò che non si è fatto prima. Certo, ribatte Bencivenni, ma questo comporta un tasto dolente da tempo che vede sul banco l’amministrazione comunale. Infatti, gli alberi devono essere “accuditi”, per permettere loro non solo di attecchire e crescere, ma anche di dar luogo ai benefici indiscutibili legati alla loro presenza (abbattimento del rumore, e dei livelli di inquinamento, anche se, su questo, alcune recenti ricerche americane dimostrano che il beneficio è legato molto anche al posizionamento e al tipo di alberature; insomma, mai prescindendo dalle competenze). Non solo: le alberature e l’albero anche singolo riveste un ruolo importante di riferimento per i cittadini, che si sentono defraudati e sottoposti a violenza quando vengono abbattuti. E su questo punto, ecco un altro motivo che vede unite le “due scuole”: spesso si tratta di saper comunicare alla cittadinanza perché i lavori vengono intrapresi. Un altro punto importante, dunque, è la condivisione e la formazione: perché non organizzare corsi che diano le competenze ai cittadini interessati alla sorte delle alberature? E perché non premere sul tasto della condivisione?

Un altro punto emerso è con cosa vengono sostituite le alberature. Ovviamente, non è la stessa cosa (e in questo caso gli interventi del pubblico sono stati molto puntuali) sostituire lecci o cipressi o pini con il famoso “pero cinese”. Da un lato, perché non è la stessa cosa a livello di ecosistema, mettere un albero che si sviluppa in 10 o 20 anni con un’essenza che in 20 anni arriva già a essere in fase di senescenza e dunque che deve essere sostituito; dall’altro, perché si verifica un vero e proprio cambiamento del volto della città, che “fa fuori” in questo modo ciò che, a partire almeno dal Poggi, ha reso Firenze la città che conosciamo, famosa in tutto il mondo. Ed ecco che qui l’approccio diverso, da forestale a giardinaggio (storico) produce una forte distinzione.

Tuttavia, la capacità di Firenze di rimanere ancorata alle sue essenze caratteristiche, come emerge dalla discussione, è legata anche alla capacità di “cura” da parte dei giardinieri del Comune. Insomma, ciò che ha creato un vulnus di cui rischiamo di pagare le conseguenze, è in buona sostanza, come sottolinea il professor Bencivenni,  l’azzeramento dell’ufficio del Verde, e il progressivo taglio al numero dei giardinieri comunali. Basti pensare che negli anni si passa, da circa 400 giardinieri comunali, a un numero che si aggira sui sessanta, per un “parco alberi” che è vicino alle ottantamila essenze. Una scelta che oltre che economica, dicono i cittadini, ha tutta l’aria di essere politica, preferendo investire su appalti esterni piuttosto che sulla formazione e sul ricambio del personale. Ammesso e non concesso che gli appalti esterni siano davvero così vantaggiosi, dal momento che, in assenza di controlli, si devono contare fra le perdite anche le alberature che vanno perdute per sbagli di potatura o per impianti frettolosi e non fatti a regola d’arte. Se poi si unisce a tutto ciò anche la qualità delle piante e la mancanza di cura i danni, anche economici, diventano sempre più rilevanti. E, dicono i cittadini, “di fronte alla spoliazione della città”, forse il gioco non vale la candela.

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