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Aleph, opera d’arte per i “Figli d’Italia” Cultura

Lasciatevi attirare dallo stendardo che spicca all’ingresso degli Innocenti, in piazza S.S. Annunziata, però appena entrati, inoltratevi subito sulla destra dove sta scritto Sala Grazzini. Qui l’artista Patrizio Travagli ha creato Aleph, una installazione coinvolgente per la partecipazione e sorprendente per la tecnica, in collaborazione con Eutropia Architettura. In mezzo alla sala in penombra c’è un grande parallelepipedo chiuso da vetri e specchi, sollevato ad altezza del riguardante. All’interno sono allineate in bell’ordine tante scatoline rettangolari di legno, chiuse, ad eccezione di alcune, da cui spuntano pezzetti di carta scritta.
La descrizione la dà l’artista stesso: “Le piccole scatole di legno raccolgono una testimonianza del passaggio dei bambini dall’Istituto. Contengono degli oggetti di riconoscimento lasciati dai genitori che affidavano all’Istituto i loro figli, nella speranza di un ricongiungimento futuro attraverso l’esibizione di un oggetto simile da parte loro, come una moneta tagliata a metà. Il simbolo che serve a riunire di nuovo la famiglia è qui in potenza. Le scatole si moltiplicano per giochi di luce e di riflessi ed entrano virtualmente negli spazi dell’Istituto, fondendosi ed integrandosi con esso”.
La parola Aleph, nella ricerca scientifica che da tempo Travagli conduce, si riferisce alla luce catturata e ferma nello spazio, all’effetto caleidoscopico che fa rifrangendosi su superfici specchianti, ma anche alla prima lettera dell’alfabeto, al numero zero da cui derivano insiemi infiniti. Emanano una soverchiante tenerezza quegli oggettini, che oggi chiameremmo banca dati, e che conservano la memoria delle vicende di bambini e bambine. Le tracce di alcuni di loro, quelli registrati nel 1861 (la mostra Figli d’Italia, ricordiamo, rientra nelle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità), sono ricostruite in bacheche e nel catalogo: il 6 marzo viene lasciato al di là della “ferrata” un bambino, che risultava dal bigliettino, battezzato Vittorio, Garibaldi e Cammillo. Su di lui fu trovata anche  una mezza medaglietta, che, leggiamo, servirà a riconoscerlo quando i suoi genitori, un anno dopo, se lo riprenderanno. Poche settimane dopo lo aveva seguito una bambina, anch’essa con un bigliettino in cui la si definiva “figlia d’Italia”.
I documenti reali – quelli usati per l’installazione di Travagli sono copie – sono al riparo dalla luce, conservati nel meraviglioso archivio settecentesco, in cui solo in casi speciali, pochi studiosi hanno il permesso di  accedere fisicamente. Chi lo desideri, può farlo online, come può contattare la curatrice Lucia Sandri. Qui si trova, tra i 13.550 documenti, il registro Balie e bambini (1495-1950) che ha dato all’artista l’idea per comporre questa opera: “Un luogo che pare chiuso e che invece si apre e vive con le persone mettendole in relazione con i simboli – parola che può significare “mettere insieme due parti”- nelle scatole, ponendo gli astanti nella condizione, sempre in potenza, di essere l’altra parte del simbolo, quella che forse non è mai più tornata”. Oppure che  torna oggi, celata con simpatia nel cuore emozionato dei visitatori del Museo degli Innocenti (www.istitutodeglinnocenti.it).

Nella foto Patrizio Travagli (a destra), sulla destra l'opera Aleph. Seguono due foto installazione e dettaglio dell'opera

Aleph_di_Travagli_al_Mudi.jpg

 


Aleph_di_Travagli_-basso.jpg
 

 

 

 


 

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