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Alfabeti sommersi: in punta di piedi di fronte alla catastrofe Cronaca

Firenze – Conviene entrare in punta di piedi in Sala d’Arme, a Palazzo Vecchio, dove è allestita la mostra Alfabeti sommersi (1-13 novembre). Ovvero le opere di due massimi autori contemporanei come Emilio Isgrò e Anselm Kiefer, immerse nella suggestione delle immagini del docufilm sull’alluvione di Beppe Fantacci.

Conviene entrare piano e guardarsi intorno, perché la potenza dell’allestimento multimediale trascina dentro la furia delle acque e trasmette l’essenzialità simbolica di quella tragedia: i libri devastati, l’incubo della cancellazione del grande libro della Storia (Isgrò). E poi la fragilità della bellezza che sembra lì lì per decomporsi e sparire, e invece si trasforma e si fa anche più bella (Kiefer). Fa da contrappunto a opere e immagini, il “minimalismo sacro” (Spiegel im spiegel) della colonna sonora di Arvo Part.

Una volta entrati bisogna guardare a destra: su un tavolo poco lontano, sono buttati lì come per caso altri simboli. Le pagine d’apertura della Nazione di quel periodo: “Firenze combatte la disperata battaglia contro mezzo milione di tonnellate di fango” (10 novembre 1966). E poi una drammatica lettera a Lelia Bargellini, la moglie del sindaco, colei che diventò come una grande madre per i fiorentini: “Cara signora, devo pagare nove mesi d’affitto, sono ancora precaria dopo la catastrofe dell’alluvione…”.

E c’è infine una Bell Howell 16mm, la cinepresa con cui Beppe Fantacci girò il docufilm (recuperato grazie al figlio Paolo, allora undicenne), in quel maledetto novembre di cinquant’anni fa. Le immagini, rimasterizzate e disarticolate, sono proiettate sulle pareti delle volte con diversi viraggi di colore. Ecco apparire il Ponte Vecchio, con gli enormi rami che lo investirono. Il loggiato degli Uffizi che appare ai lati come un’ossessione, con l’acqua che travolge gli argini in via de’ Bardi. Le porte insozzate del Battistero, e i fiorentini che camminano, seri in un silenzio spettrale che si percepisce anche ora. Nel fango, con gli ombrelli. Tanti ombrelli, rottami, gente che lavora per spostare le cose da una parte all’altra. Una bici avanza faticosamente nella melma, e poi c’è anche una vespa, un autobus lontano. E l’acqua, tanta acqua che scorre, travolge con rabbia.

Chissà cosa penserebbe oggi Beppe Fantacci (1905-1998) – imprenditore nato a Signa e vissuto a lungo in America – vedendo le sue immagini amatoriali riprese insieme al figlio Paolo allora undicenne, al centro delle celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell’alluvione. Sicuramente ne sarebbe felice, visto che questo era uno dei suoi hobby preferiti. Ma Beppe Fantacci fece molto di più per Firenze in quell’occasione. Insieme al presidente dell’Anibo Enzo Tayar, a Emilio Pucci e altri mise in piedi un’operazione di finanza innovativa (si direbbe oggi) che consentì, in appena quindici giorni, di erogare un prestito alle aziende fiorentine a interessi zero. Si chiamava Fondo Alfa: mise a disposizione ben 836 milioni di lire e salvò oltre 300 piccole imprese dal collasso.

Beppe Fantacci, come imprenditore, fu colui che “inventò” l’immagine dei Ray Ban e da via Ricasoli (a Firenze) li mise sul naso di tutti gli italiani. Fu anche colui che fece entrare la penna Parker nei taschini della borghesia italiana. E anche colui che ideò una taglia per rintracciare la testa della Primavera scomparsa durante la guerra dal Ponte Santa Trinita. La biografia di questo straordinario personaggio è contenuta in un libro uscito in questi giorni, scritto dal figlio Paolo, dal titolo Oltre il diluvio (Giunti, 2016).

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