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Alia, i lavoratori: “Discriminati per salute” Breaking news, Cronaca

Firenze – Parte dai lavoratori di Alia una contestazione che ha ad oggetto un ordine di servizio, il n. 47, che riguarda i casi di prescrizione o limitazione al lavoro. Vale a dire, come spiegano i Cobas, che si sono fatti carico di rendere note le perplessità dei lavoratori, che il solito percorso che scatta dal momento in cui un lavoratore stia a casa per malattia o infortunio fino a 60 giorni, viene rivisto con una nuova regolamentazione peggiorativa dello status del lavoratore stesso. In sintesi i passaggi sono stati finora questi: il lavoratore dopo 60 giorni di assenza per malattia o infortunio viene visitato dal Medico Competente aziendale per accertare la sua idoneità alle funzioni lavorative. Di solito, il tempo per prendere la decisione ed eventualmente ricollocare il lavoratore in mansioni diverse e più adatte è di due giorni. In questo lasso di tempo, spiegano ancora dai Cobas, “il lavoratore veniva spostato in mansioni più adatte al suo stato, in attesa di poter sapere se era ancora idoneo a svolgere attività più faticose oppure se doveva essere ricollocato in mansioni diverse e più adegguate”, senza dunque perdere quella retribuzione.

Tutto questo, prima dell’ordine di servizio n. 47. “Ora l’azienda ci comunica che in attesa di ricollocare il lavoratore, lo stesso sarà sospeso dal servizio usufruendo di ferie o permessi non retribuiti. Nel caso ove non fosse possibile ricollocare a breve il lavoratore, lo stesso rimarrà nel limbo (aspettativa non retribuita), senza avere certezza di quando e se potrà rientrare in una mansione retribuita”.

Con la nuova comunicazione infatti, una volta che si sia svolta la visita del medico aziendale, ci sono tre possibilità: accanto al possibile rientro nella struttura di appartenenza ma con modifica della mansione, o alla ricollocazione in altra struttura, viene prevista la temporanea impossibilità di ricollocazione, che scatta nel momentoin cui, nell’immediato, non venga in essere una mansione confacente allo stato di salute del lavoratore. In tal caso, il lavoratore rimane in astensione dal lavoro fino a che non venga individuata una ricollocazione per lui idonea. La comunicazione verrà fatta dall’azienda. In questo periodo, di cui non si conosce l’estensione, valgono le regole dei due giorni di attesa del responso medico, ovvero il lavoratore rimarrà  in attesa senza stipendio, “usufruendo di ferie e permessi  non retribuiti”. Vale a dire, nel perdurare dell’attesa, sottolineano gli operatori, il lavoratore potrebbe o rimanere in permesso non retribuito, perdendo dunque stipendio, o “mangiarsi” le ferie e gli eventuali permessi retribuiti da concordare con la Direzione Risorse Umane (DRU). Senza sapere se e quando potrà tornare a lavorare con una mansione retribuita.

“In questo modo vengono discriminate dal punto di vista economico e morale persone che sono già penalizzate dal punto di vista fisico – si legge nella nota Cobas – invece di cercare le cause all’origine del problema, unico modo per risolvere la questione alla radice, l’azienda si preoccupa solamente di scaricare il
costo del mancato lavoro sulle spalle di chi subisce la malattia. La salute dei lavoratori non può entrare in bilancio tra le opzioni economiche”.

Le conclusioni: “Non possiamo accettare una discriminazione legata alla malattia e se questo ordine di servizio non verrà ritirato, proclameremo lo stato di
agitazione sindacale per portare i lavoratori e le lavoratrici alla difesa dei loro diritti”. Fra le altre iniziative, anche la possibilità che venga intentata un’azione legale.

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