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Allarme Cgia Mestre: 2016 a rischio aumento tasse Economia

Firenze – Calcoli alla mano, la Cgia lancia ancora un allarme tasse: nel 2016 il governo potrebbe trovarsi di fronte alla necessità di operare un nuovo aumento. Di quanto? diciotto miliardi complessivi. L’allarme fa tremare le vene ai polsi ai cittadini e alle imprese, soprattuto alle famiglie impegnate a far quadrare conti sempre più risicati. Ma da dove scaturisce questo allarme, a fronte di un ripresa economica che, ipotizza il governo, dovrebbe rivelarsi superiore a quella prevista dal Def ?

Deriva, spiega la Cgia Mestre, da una serie di fattori che pesano sul governo. Infatti, “oltre  a trovare le risorse per rimborsare i pensionati (si parla di un importo minimo oscillante tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro) e per far fronte all’eventuale bocciatura da parte dell’Ue dei nuovi regimi di fatturazione (split payment ed estensione del reverse charge alla grande distribuzione che ci costringerebbero ad un aumento delle entrate pari a 1,7 miliardi di euro) – ricorda la nota difffusa dall’associazione veneta  –  il Governo Renzi dovrà individuare altri 16 miliardi di euro: in caso contrario, dal 2016 scatterà la clausola di salvaguardia  che innalzerà le aliquote Iva e ridurrà le detrazioni/agevolazioni fiscali in capo ai contribuenti italiani, con un conseguente aumento delle imposte per questi ultimi”.

 A segnalare il rischio, pur in presenza di rosee speranze da parte del governo, è il segretario Giuseppe Bortolussi: “Il Governo ipotizza una ripresa economica superiore a quella prevista nel Def con un conseguente incremento delle entrate fiscali, una contrazione dei tassi di interesse che dovrebbe ridurre il costo del debito pubblico e un rilevante apporto di gettito dal rientro dei capitali illecitamente esportati all’estero. Tuttavia – segnala  – se queste ipotesi non si dovessero verificare, vi sarebbero effetti negativi su famiglie e imprese”.

Non solo. Gli impegni che il Paese ha assunto con l’accoglimento della legge di Stabilità 2015, comportano anche che nel 2017 la clausola di salvaguardia sfiorerà i 25,5 miliardi di euro e nel 2018 l’importo salirà a 28,2 miliardi di euro.

 Allora, la scommessa è: riuscirà l’Italia a rispettare gli impegni presi con l’Ue che riguardano i vincoli di bilancio senza mettere mano nelle tasche dei contribuenti? E cosa succede se non fossimo in grado di “sterilizzare” queste clausole di salvaguardia? .

Ecco qua: “dal 1° gennaio dell’anno prossimo l’aliquota Iva del 10 per cento aumenterebbe di 2 punti e, dal 1° gennaio 2017, di un altro punto, attestandosi così al 13 per cento”.

Inoltre l’aliquota ordinaria, attualmente al 22 per cento, dall’inizio dell’anno prossimo si alzerebbe di 2 punti, dal 1° gennaio 2017 di un altro punto e dall’1 gennaio 2018 di un altro mezzo punto. Così da pervenire, dal 2018, al 25,5 per cento.

“Il meccanismo – conclude Bortolussi – che giustifica l’impiego delle clausole di salvaguardia è a dir poco diabolico. Se il Governo non sarà grado di chiudere gli enti inutili, di risparmiare sugli acquisti, di tagliare gli sprechi e gli sperperi che si annidano nella nostra Pubblica amministrazione, a pagare il conto ci penseranno i contribuenti italiani che già oggi subiscono un carico fiscale tra i più elevati d’Europa”.

Inoltre, guardarsi alle spalle non è molto incoraggiante: il non essere riusciti a “sterilizzare” le clausole di salvaguardia ci è costato, nell’ottobre del 2013, l’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 21 al 22 per cento, con un appesantimento  del carico fiscale per gli italiani di 4 miliardi di euro.

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