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Alluvione 1966: il viaggio nel diluvio di Beppe e Paolo Fantacci Cronaca

Firenze – Nanni vestiti, andiamo a vedere l’alluvione”. Il 4 novembre 1966, Paolo Fantacci allora undicenne, viene svegliato dal padre Beppe che imbracciava una cinepresa, una Bell Howell 16mm, davvero l’ultimo grido per un cineamatore come lui. Da quella sera, per trenta giorni, ininterrottamente padre e figlio vagheranno per la città inondata dalla piena dell’Arno. In Sala d’Arme, a Palazzo Vecchio (Alfabeti sommersi, 1-13 novembre), viene presentato quel docufilm inedito, una delle rare testimonianze a colori di quei giorni terribili, in una chiave evocativa e “immersiva”. Con un allestimento che coinvolge lo spettatore, come se quella realtà “uscisse” dalla storia per ripresentarsi in tutta la sua verità.

La storia di Beppe Fantacci, imprenditore geniale e singolare che ci ha regalato queste immagini, grazie ai ricordi di quel bambino è diventata anche un libro (Dopo il diluvio, Beppe Fantacci l’uomo della Primavera) e un film, Camminando sull’acqua (di Gianmarco D’Agostino). Il film verrà presentato martedì 4 novembre alla Casa del cinema della Toscana.

Paolo, quali sono i suoi ricordi di fronte all’alluvione del 1966?

Ricordo quella sveglia inaspettata, l’agitazione di mio padre nel chiedermi di seguirlo. Il babbo mi disse che quelle immagini avrebbero fatto parte per sempre della mia vita. Ed è stato proprio così. Può sembrare un’esperienza troppo dura per un bambino, ma io non ho mai avuto incubi perché Beppe nelle emergenze non si perdeva d’animo. Mi seppe guidare. La bellezza di questo documentario non sono solo le immagini. Personaggi e interpreti sono la furia devastatrice dell’Arno. Un padre che filma la storia di questa città travolta dalla melma e che nell’arco di un mese rialza orgogliosamente le testa. E infine un bambino che in un percorso quasi iniziatico impara cosa voglia dire cadere e risollevarsi, ricercando un lieto fine come in una fiaba.

Ci racconti l’avventura di quei giorni.

Io e la mia famiglia abitavamo in via Piana, a Bellosguardo, e dunque eravamo fuori dall’inondazione dell’Arno. Quella mattina scendemmo con l’auto di mio padre verso Porta Romana, e poi salimmo su fino a Piazzale Michelangelo. Il documentario del babbo parte da lì: da una ripresa dall’alto di tutta la città che si stava trasformando in un lago immane. Via le spallette, lungarni invasi, ponti trasformati in passerelle appena visibili a pelo d’acqua. Vedere Firenze così, rendeva impietriti.

Suo padre però non si fermò lì

Dal viale dei Colli si diresse verso Costa San Giorgio e poi a piedi dalla Costa dei Magnoli fino alla scalinata di Santa Maria Soprarno, da dove riprese il Ponte  Vecchio, e tutta la sponda opposta, compreso il loggiato degli Uffizi, la Biblioteca Nazionale e, soprattutto, il Corridoio Vasariano che proprio in quel momento veniva utilizzato dai responsabili della soprintendenza e dai tecnici del Comune per tenere in contatto le due sponde dell’Arno. Esattamente come era accaduto nei giorni della Liberazione di Firenze. Visto da vicino sembrava che il ponte stesse per crollare. C’erano le onde che s’infrangevano, la gente che piangeva. Anche io cominciai a piangere. Lui mi prese per mano.

Un bambino troppo piccolo per sopportare quella tragedia

Il babbo da quel momento decise di dare a quel viaggio al centro della catastrofe un rassicurante tono giocoso, quasi quello di un’avventura di padre e figlio.

Ripresa la macchina, percorse il viale Petrarca ma, arrivato in Piazza Pier Vettori, dovette fermarsi, perché l’acqua stava continuando a salire. A piedi raggiungemmo il Ponte alla Carraia, che era già stato chiuso per ordine del Sindaco. “Dai vieni Paolo, per ora il fiume resta sotto, proviamo ad arrivare dall’altra parte”. Riuscimmo a passare. I vigili del fuoco gridavano di andare via. Mio padre continuò a fare le sue riprese.

Beppe filmò anche il “day after”

Come bimbo di undici anni avevo in testa un interrogativo angoscioso. Che fine hanno fatto gli animali del piccolo zoo delle Cascine? Canapone, il dromedario dai lunghi peli di stoppa (che allo spirito mordente dei fiorentini ricordava la chioma dell’ultimo Granduca Leopoldo II, ndr), era sopravvissuto? Il babbo accolse le mie richieste. Purtroppo trovai tutti gli animali morti. Il “mio” canapone, gli uccelli. Solo carcasse. Ce l’avevano fatta in tre: il cerbiatto che era riuscito a scavalcare la rete e due cinghiali. Chissà come.

Suo padre filmò le immagini di Firenze in successione, nell’arco di un mese

Sì, non solo Firenze al collasso, ma anche la storia della sua reazione. Vediamo gli artigiani che spalano il fango fuori dalle loro botteghe, il Ponte Vecchio con le transenne e i volontari che puliscono. E poi l’esercito che passa per le strade: sembra una scena della Grande guerra di Mario Monicelli. C’è un soldato in primo piano che mangia un panino: è la vita che scorre. Le immagini terminano con una veduta dei luoghi simbolo di Firenze, Ponte Vecchio, il loggiato degli Uffizi e poi fine. Una panoramica che fa piangere, ma quella terribile notte è ormai passata.

Foto: Paolo Fantacci

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