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Commercio, caro Halevi non sottovalutare le capacità di innovazione del sistema Economia, Opinion leader

Lo chiamo collega, spero non se ne abbia. Ho bazzicato un po’ di economia anche io. E spero che gli sia sfuggito dalla penna l’inciso su di me laddove sostiene che sbaglio “forse per mancanza di conoscenza adeguata”. Ma lasciamo la schermaglia polemica. Non serve a nulla.
E veniamo al merito. Penso che se ragioniamo, lo dicevo già nel mio primo intervento, dell’economia come un sistema di aggregati macroeconomici dati e non modificabili dai soggetti che lavorano, consumano e investono a livello microeconomico è chiaro che solo una politica di rilancio della domanda può avere effetti benefici sull’economia. E’ una visione keynesiana un po’ rigida, ma che ha qualche elemento di verità. Su questa linea però più che puntare ad un rilancio dei consumi privati opterei per una massiccia dose di investimenti (ed in particolare di investimenti infrastrutturali) in quanto si potrebbe legare in tal modo una politica della domanda a breve con una dell’offerta di lungo periodo. E questo credo che sia quello che serve in primo luogo al paese.
E questo è quello che penso sulla economia come sistema di aggregati. Ma poi penso che l’economia non è solo un sistema di aggregati ma che è anche il frutto di un operare di soggetti che innovano, cambiano, svolgono attività e funzioni che possono modificare il sistema degli aggregati per l’effetto di una spinta dal micro al macro e non viceversa. Quegli economisti che negano questa visione, e forse il nostro amico Halevi appartiene a questa corrente di pensiero, rimangono prigionieri degli aggregati. E quindi spesso non vedono la forza dei soggetti nell’economia e arrivano a conclusioni sbagliate sottovalutando la capacità del sistema di innovare, rigenerarsi e svilupparsi dal proprio interno. Chi non ricorda le proposte delle 35 ore risolutive del problema occupazionale avanzate proprio dai sostenitori  dell’economia degli aggregati. Semplice no?  Dato il pil, se i lavoratori lavorano tutti 5 ore in meno si creerà una occupazione aggiuntiva per coprire la diminuzione  delle ore. Molto semplice: peccato che l’economia non funziona così.
E veniamo alla liberalizzazione degli orari. L’ho detto nel mio primo intervento. Considero questa manovra interessante a due condizioni. Che sia legata ad una altrettanto vera liberalizzazione delle attività commerciali (in particolare quelle di piccola dimensione) e che sia solo il primo stadio di una liberalizzazione complessiva dell’economia italiana che tolga burocrazia, lacci e lacciuoli al pieno dispiegarsi della imprenditorialità “dal basso” in tante aree del commercio e dei servizi alla persona. Il tutto ovviamente in un sistema regolato, ambientalmente e urbanisticamente sostenibile, ma dove regolato non deve voler dire ingessato. E purtroppo per molti amministratori l’ambiente e l’urbanistica è stato ed è lo strumento per bloccare qualsiasi “vagito” di liberalizzazione nel commercio e nei servizi.
Ebbene queste liberalizzazioni possono creare nuove attività e nuova occupazione solo se portano con se nuove energie, nuove idee e nuovi spazi di mercato. Lo ripeto dal primo articolo: “ liberalizzare significa .. fare altro, fare di nuovo, fare anche con soggetti diversi. E rivolgersi a bisogni e pubblici diversi”. E’ questa la via che può innescare, anche in un sistema che soffre di depressione economica, una qualche spinta al rilancio e alla rivitalizzazione. Quando si dice che i consumi restano bassi perché la gente non ha soldi si dice una cosa vera. Ma guai a pensare che questo paese è diventato povero tutto e tutto assieme perché questo non rappresenta minimamente il livello medio della popolazione italiana. E allora è anche un problema di scarsa innovazione nel settore commerciale e dei servizi. E  innovare può essere importante sia come creazione di nuova attività e lavoro e sia come meccanismo per abbattere i prezzi. Cosa questa’ultima che non porta magari occupazione direttamente nel settore liberalizzato ma che lo porta all’esterno e, più in generale, nella competitività del paese.
Ma fino a qui siamo ad un approccio teorico di fronte ad un altro. E allora vediamo  qualche esempio che rende meglio il senso delle trasformazioni a cui penso quando intendo la liberalizzazione come “motore del cambiamento”. Ci sono due negozi di abbigliamento gestiti in maniera tradizionale nello stesso centro cittadino. Poca innovazione, prezzi elevati e servizi di accompagnamento relativamente bassi. Apre un terzo negozio di giovani, con tante idee, che portano nel mercato prodotti meno standardizzati e che, magari aggregandosi, riescono a tenere aperto il negozio tutta la giornata. Ebbene come primo effetto c’è già un abbattimento della rendita e dei costi di gestione. Con un solo negozio, e un solo affitto, si gestisce una attività doppia. E poi c’è l’ingresso di novità nel mercato che porta innovazione nei servizi e nei prodotti e prezzi più bassi. Lo stesso vale per un negozio di alimentari. Il nuovo negozio (o il vecchio lasciato gestire la sera ai “ragazzi”!) incontra la sera un pubblico diverso, giovane e più colto . E magari oltre agli alimentari vende servizi di ristoro. E magari chi esce dal Teatro alle 11 può farsi un pasto veloce e a basso costo invece di affrontare l’unico ristorante aperto la sera che serve i primi al prezzo dell’aragosta. Insomma aprire i settori è un bene  in sé e per la crescita dell’economia. Non so se in termini strettamente quantitativi alla fine del processo ci sarà la stessa quantità di lavoro: è facile che ci sia una diminuzione della rendita, un cambiamento dei soggetti che lavorano , con costi più bassi e maggiore produttività, e un abbattimento dei prezzi dei beni e servizi. E questo sarà  a vantaggio dell’intera  economia. Ed è per questo che liberalizzare fa bene al paese e all’economia. La cacofonia della vita cittadina, le posizioni di rendita oligopolistica, lo sfruttamento del lavoro caro amico Alevi non dipendono dalla liberalizzazione. Ma piuttosto da un assetto delle città costruito solo sulla “vita normale dei cittadini adulti” (le città della notte sono, quando va bene, un risultato casuale di comportamenti giovanili e non un esito programmato da parte di una qualche  amministrazione) e da un assetto dei servizi e del commercio statico e ingessato con forti e crescenti barriere all’ingresso verso le fasce più innovative e più creative del mondo giovanile.  
 

 

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